La difesa - «Chi fa neuroscienze integra sempre i dati neurali con quelli psicologici: non c’è nessuna contrapposizione». A dirlo è Marco Iacoboni, dell’università della California a Los Angeles.
Una
neuro-mania, anzi peggio: una neuro-fissazione e, a volte, anche un
piccolo neuro-imbroglio. Una neuro-pletora di neuro-neologismi buoni per
convincere i giornalisti e il loro pubblico. Ma, nella sostanza,
nessuna neuro-novità. Il pamphlet di Legrenzi e Umiltà è l'affilata
requisitoria di due psicologi contro l'invasione di campo da parte dei
neuroscienziati colpevoli, secondo loro, di dire cose vecchie con il
vestito nuovo. Di snobbare la psicologia e di giocare ai giovani
scienziati rampanti talmente sicuri di sé da inventare nuove parole
composte da neuro più qualsiasi altra cosa. Per questo, il primo attacco
è proprio sulle parole. Ma le parole a che cosa servono?
Per
descrivere il suo settore di studi, per esempio, Camillo Padoa Schioppa,
dell'università di Washington, utilizza la vituperata neuro-economia,
«ma se ho spazio per qualche parola in più uso ‘studio dei processi
cognitivi e dei meccanismi neuronali del comportamento economico'». Ad
avere persino qualche rigo, ci si può spingere a ricordare che Padoa
Schioppa è quello dei neuroni dello shopping o neuroni del tre per due:
definizioni giornalistiche ancora più pop di neuro-economia, ma che chi
scrive si sente autorizzato a usare in nome dello scarso spessore della
sua professione.
La ricerca in questione uscì un paio di anni fa e
fu ripresa con gran clamore dai media italiani (anche per
l'irresistibile cognome del suo autore). Si trattava di un esperimento
in cui i macachi dovevano scegliere il valore di alcuni alimenti: quanti
chicchi d'uva mi dai per uno spicchio di mela?
Homo neuro-economicus
Per Legrenzi e Umiltà, la
neuro-economia è di gran moda. In realtà, sostengono, si tratta di una
di quelle cose che son sempre esistite, guarda caso grazie alla
psicologia. E Padoa Schioppa, in un certo senso, lo riconosce: «la
neuro-economia non è solo l'incontro tra neuro-scienze ed economia: c'è
anche la psicologia. Credo che non ci sia speranza di capire niente dei
processi cerebrali che sottendono ai comportamenti economici, se non si
passa prima dalla descrizione dei modelli mentali». Cioè: la
comprensione di cosa faccia quel neurone lì (materia per
neuroscienziati) viene dopo la descrizione del modello mentale (materia
per psicologi).
Ma Legrenzi e Umiltà proprio qui affondano per la
seconda volta il dito: su che cosa state lavorando? La maggior parte dei
neuro-qualcosa studia le neuroimmagini: le immagini del cervello al
lavoro in compiti precisi, date, per esempio, dalla famosa risonanza
magnetica funzionale. Che cosa dicono davvero le neuroimmagini? Danno
localizzazioni grossolane di pezzi di cervello che, molto
indirettamente, forse, sono coinvolte in un processo mentale. Una logica
ottocentesca mascherata da ricerca d'avanguardia, grazie alle luci
colorate di uno strumento costoso. Alla fine, ci si trova per forza a
semplificare.
Riduzionista sarà lei
Già, ma per i neuro-qualcosa
semplificare non è affatto un male, anzi. Un altro neuro-economista
confesso, Aldo Rustichini dell'università del Minnesota, allarga le
braccia: «il problema di quello che l'osservazione del cervello dice
realmente sulla funzione in studio, beh, quello è un problema antico,
precedente alla nascita della neuro-economia» e i neuro-qualcosa non
possono proprio farci niente. Comunque gli esperimenti della
neuro-economia si possono fare con scimmie, ratti e piccioni:
«naturalmente questo non significa che la funzione sia semplice.
Significa che è possibile ridurla in osservazioni semplici, ben
misurabili». Attenzione, però, Rustichini parla di semplificare come di
ridurre una funzione. E qui, di nuovo, Legrenzi e Umiltà saltano su con
la terza, più grave accusa: ecco, vedete, siete dei riduzionisti.
Dire
riduzionista a uno scienziato è un po' come dire comunista a chi ha
fatto la Bolognina: un pelago di distinguo e rivendicazioni, caveat e
puntualizzazioni. Non si finisce più. Un riduzionista è uno che tende a
ridurre la meravigliosa complessità della vita (della mente in questo
caso) a una serie di operazioni che possono essere descritte dalla
chimica, dalla fisica e dalla biologia. Ma tra i neuro-qualcosa nessuno
sembra dimenticare che siamo uomini, viviamo in mezzo ad altri uomini, e
non è solo roba da vecchi sessantottini riferirsi alle sovrastrutture
sociali e culturali.
Per esempio, Chiara Cappelletto, pur essendo
un'umanista (è ricercatore di estetica all'università di Milano) ha
pubblicato un libro che parla di neuro-estetica (si veda recensione
nella pagina seguente). Dall'accusa di riduzionismo si difende invocando
la regola: «La riduzione è funzionale al disegno sperimentale ed è
parte della prassi scientifica. Poi i dati di laboratorio vanno
studiati». Marco Iacoboni, dell'università della California a Los
Angeles, che ha il non invidiabile primato di essere l'unico
neuro-qualcosa citato per nome da Legrenzi e Umiltà per aver parlato di
neuro-politica, affonda: «ci sarebbe riduzionismo se proclamassimo che è
sufficiente studiare il funzionamento del cervello per capire funzioni
cognitive complesse, ma nessuno l'ha mai detto. Chi fa neuroscienze
integra sempre i dati neurali con quelli psicologici: non c'è nessuna
contrapposizione. E' quella di Legrenzi e Umiltà la lettura riduttiva».
Religione e biologia
E Giorgio Vallortigara, del Centro
interdipartimentale mente/cervello dell'università degli studi di
Trento, risponde addirittura così: «Se per riduzionista si intende uno
che crede che l'attività mentale sia il risultato dei processi che
avvengono in un sistema fisico, io lo sono». A seguire, il necessario
distinguo: «Se invece per riduzionismo si intende dire che l'attività
mentale è nient'altro che l'attività del sistema nervoso, allora no.
Perché quel che accade dentro un sistema nervoso dipende dai rapporti
con gli altri sistemi nervosi, ovvero, per noi, la storia, la società,
la cultura».
Vallortigara è coautore di un libro in cui si ipotizza
che la credenza nel soprannaturale, e quindi la religione, sia nata, per
caso, dall'evoluzione della mente e in particolare dallo sviluppo di
una nozione astratta di agente intenzionale. Dietro l'angolo c'è la
neuro-teologia. «Ma il fatto che esistano aree del cervello che si
accendono quando la gente ha esperienze mistiche, o prega, non spiega i
fondamenti biologici della religione. – conclude Vallortigara – E prima
di andarle a cercare, è necessario avere buone ipotesi sulle origini
evoluzionistiche del fenomeno. Per esempio, se la nostra idea è
corretta, possiamo prevedere che le stesse aree del cervello si
accenderanno anche durante altre esperienze che riguardano la presenza
di agenti intenzionali». Cioè: se la religione è nata davvero come
prodotto collaterale della nostra evoluzione per la selezione di un
meccanismo vantaggioso (quello di riconoscere nei fatti del mondo un
agente dotato di uno scopo), durante un'esperienza mistica si dovrebbe
accendere il pezzo di cervello che si accende anche quando cerchiamo
cause materiali di fenomeni concreti. Nessun neuro-qualcosa parte alla
ventura, infilando le sue cavie in una macchina per vedere il cervello,
per guardare stupito l'effetto che fa: «insomma, nella buona scienza gli
avanzamenti tecnologici sono importanti, ma quello che conta davvero
sono soprattutto le idee».
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 13 giugno 2009
Lunedì 15 giugno 2009 - 11:43 (315 giorni fa)
Argomenti trattati: neuroscienze
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