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	<title>Silvia Bencivelli</title>
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	<description>Giornalista Scientifica</description>
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		<title>La clausola gravidanza e i contratti che ho sempre firmato. Una precisazione</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 19:40:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Sono in Rai da sette anni e i contratti con la clausola gravidanza, come viene chiamata da oggi, li ho sempre firmati. Credo però che rispetto al dibattito che si è scatenato qualche ora fa, sia necessario precisare un paio di cose.
Il problema vero è che quel contratto è un finto contratto libero professionale. Perché il <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/la-clausola-gravidanza-e-i-contratti-che-ho-sempre-firmato-una-precisazione/">La clausola gravidanza e i contratti che ho sempre firmato. Una precisazione</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in Rai da sette anni e i contratti con la clausola gravidanza, come viene chiamata da oggi, li ho sempre firmati. Credo però che rispetto al dibattito che si è scatenato qualche ora fa, sia necessario precisare un paio di cose.<br />
Il problema vero è che quel contratto è un finto contratto libero professionale. Perché il lavoratore Rai che firma i contratti di consulenza (sia giornalista o meno, in senso tecnico) in molti casi (non sempre) lavora con orari e mansioni da dipendente. Questo rende la clausola di cui stiamo parlando profondamente ingiusta. Ma solo questo. Ed è qui il busillis. Se uno è davvero un libero professionista che offre la sua prestazione a un&#8217;azienda è abbastanza ragionevole che sia tenuto a comunicare alla stessa un impedimento per cui sia impossibilitato a portare avanti il proprio lavoro. Intendo: se l&#8217;idraulico che mi sta rifacendo i bagni si rompe un braccio (cadendo dal motorino per strada, ecco) io lo voglio sapere. Magari chiamo un altro idraulico. Chiaro: se la prestazione che mi deve offrire non prevede continuità, non mi interessa molto (tipo: se mi deve portare a casa il bidet nuovo, che decida di farlo anche col braccio rotto sono solo fatti suoi. E verrà pagato a bidet consegnato). Ma se per tre mesi mi deve spaccare muri e pavimenti, insomma: è giusto che l&#8217;accordo preveda una comunicazione tempestiva del fatto che muri e pavimenti spaccati potrebbero restare a metà.<br />
Il problema è che noi non siamo idraulici. E che molti di noi effettivamente entrano al mattino ed escono alla sera, come se fossero dipendenti senza diritti.<br />
Seconda precisazione. Quella clausola parla anche di malattia e di infortunio. Non è questione di sessismo. Non è la gravidanza &#8220;vista come una malattia&#8221;. Se la mia idraulica è femmina e il lavoro che mi deve fare dura, poniamo, due anni (ho molti bagni in casa&#8230;) anche un suo eventuale allattamento credo che sia ragionevole che me lo comunichi. Si tratta della categoria cose-che-potrebbero-metterti-in-condizione-di-non-finirmi-i-lavori-in-casa.<br />
Credo che ci sia molto da arrabbiarsi e molto da lottare (infatti un post sul tema lo <a href="http://silviabencivelli.it/2011/1124/">avevo scritto già a luglio scorso</a>). Ma attenti a non confondere le idee.</p>
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		<title>Me lo scrivo e me lo compro: Sandokan, l&#8217;editore e un libro che non uscirà mai</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 23:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;">C&#8217;era una volta Emilio Salgari, con l&#8217;accento sulla seconda A (quello di Sandokan, sì). C&#8217;era una volta, dicevamo, e ormai non c&#8217;è più, da un secolo buono, da quando si è suicidato con un rasoio in un bosco sopra Torino. Ma c&#8217;era una volta, e finché ha avuto le sue cento sigarette al giorno, <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/me-lo-scrivo-e-me-lo-compro-sandokan-leditore-e-un-libro-che-non-uscira-mai/">Me lo scrivo e me lo compro: Sandokan, l&#8217;editore e un libro che non uscirà mai</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">C&#8217;era una volta Emilio Salgari, con l&#8217;accento sulla seconda A (quello di Sandokan, sì). C&#8217;era una volta, dicevamo, e ormai non c&#8217;è più, da un secolo buono, da quando si è suicidato con un rasoio in un bosco sopra Torino. Ma c&#8217;era una volta, e finché ha avuto le sue cento sigarette al giorno, il suo marsala e la sua sterminata fantasia da consumato contaballe, era lì, inchiodato alla sua scrivania, a scrivere scrivere scrivere, per consegnare ai suoi editori tre o quattro romanzi all&#8217;anno. Un forzato della penna, si dice di uno così, uno da ottanta titoli in una vita, famoso in Italia e all&#8217;estero per le sue avventure da sedicente capitano di marina, in Malesia o nelle Antille, in India o nel Far West. Ma a dispetto del grande successo, Salgari era sempre in bolletta. Si era fatto fregare dagli editori, era stato ingenuo, oppure semplicemente non aveva calcolato che di scrittura non si vive e soprattutto non ci si mantiene una famiglia di sei persone. E allora un gruppo di colleghi di una rivista letteraria&#8230;<br />
Che cosa c&#8217;entra questa storia con questo blog? Beh, proprio mentre mi gustavo la biografia di Salgari ho ricevuto una mail, e mi sono sentita un po&#8217; Sandokan anch&#8217;io.</p>
<p>Dice: <em>Gentile dottoressa, dopo i nostri ultimi contatti non ho avuto più notizie e siccome stiamo per chiudere la programmazione editoriale di quest&#8217;anno ci chiedevamo a che punto fosse il suo progetto</em>. E poi: <em>magari ne ha anche uno nuovo, del quale possiamo parlare</em>.<br />
Oddio, penso io sprofondata in quel sedile di frecciarossa, impugnando con orrore il telefonino. Che cosa devo consegnare? Quando? Perché? Di che cosa stiamo parlando?! Lo sapevo, proseguo a rimuginare, sono andata in overflow. Troppe cose, e questa è saltata. E proprio non ricordo&#8230;<br />
Finché, un lampo.</p>
<p>Due anni fa mandai a un editore, un editore niente male che ha pubblicato bei saggi e libri di gente che stimo e conosco, un progetto per un libro che avrei scritto a quattro mani con un amico: un progetto che a noi ingenui sembrava proprio carino ma che forse era un po&#8217; troppo di nicchia, come si dice oggi, per poterlo pensare di successo. L&#8217;editore ci aveva chiesto di limarlo, di aggiustarlo, di fare un capitolo di prova. Beh, prova: non sarebbe stato il primo libro per nessuno dei due e quello delle altre due mani è pure un accademico (ma di quelli bravi). Comunque noi avevamo eseguito, scritto la prova, confezionato il progetto. E consegnato.<br />
Dopo qualche giorno la risposta era stata: <em>bellissimo, davvero interessante. Ma in questo periodo di crisi non possiamo impegnarci a meno che non ci garantiate il preacquisto di un certo numero di copie</em>. Traduzione: noi stampiamo mille copie (se proprio vi va di lusso) e cento le comprate subito voi. Fatevi i conti, con un prezzo di copertina normale, di quel che ci stava chiedendo.<br />
Noi, che viviamo di lavoro e di una solida dignità, avevamo rigraziato e chiuso lì la storia. Un secondo editore ci ha poi detto di no e così quel progetto è tornato nel cassetto insieme a tanti altri. E forse ci rimarrà, forse davvero non era un granché.</p>
<p>Ma allora che cosa mi sta dicendo, oggi, lo stesso editore? Sono lì sul frecciarossa, distratta e annoiata, ma credo di averlo capito. Ci sta provando. Sta facendo il furbo. Ha pensato: hai visto mai che adesso questa le cento copie se le compra davvero e poi le va a vendere con un tavolino per strada come il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=qTYArdRbu8A">Freud</a> di Nanni Moretti.<br />
Vabbè, del resto i nostri contatti sono sempre stati cordiali e onesti e provarci è legittimo. Ma che delusione. Chissà gli altri libri come li ha piazzati, se anche agli altri autori ha chiesto il preacquisto. E chissà perché oggi si fa di nuovo vivo con me. Rispondo cortesemente e cortesemente declino. Non sono una da tre libri all&#8217;anno: forse sono una da tre libri in una vita, non mi sono mai inventata un Sandokan antropofago e per fortuna non ho mai pensato di vivere di quello. Ma sono passati cento anni e, come il contaballe Salgari pur senza il suo rasoio, mi sento un po&#8217; delusa anch&#8217;io.</p>
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		<title>&#8220;Sempre caviale, sempre caviale!&#8221; In attesa della prossima dichiarazione ministeriale sui giovani-d&#8217;-oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica e sproloqui vari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>A otto anni ho cambiato città. La mia nuova maestra era una napoletana grassa e antipatica, che ogni mattina mi stritolava in un abbraccio sudato. All&#8217;epoca ero dieci centimetri più bassa dei miei compagni di classe, avevo i capelli a pentolino e un tenerissimo viso da bambolotto che era la sua passione. Così tutte le volte <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/sempre-caviale-sempre-caviale-in-attesa-della-prossima-dichiarazione-ministeriale-sui-giovani-d-oggi/">&#8220;Sempre caviale, sempre caviale!&#8221; In attesa della prossima dichiarazione ministeriale sui giovani-d&#8217;-oggi</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A otto anni ho cambiato città. La mia nuova maestra era una napoletana grassa e antipatica, che ogni mattina mi stritolava in un abbraccio sudato. All&#8217;epoca ero dieci centimetri più bassa dei miei compagni di classe, avevo i capelli a pentolino e un tenerissimo viso da bambolotto che era la sua passione. Così tutte le volte mi abbracciava, mi sbaciucchiava, mi diceva sputazzando che ero la sua bambina dolce, poi mi afferrava per le spalle, mi guardava negli occhi e mi chiedeva: <em>E tu ci vuoi bbéne alla tua nuova maéstra eh?!</em> Dopo un paio di mesi, ispirata da qualcosa che dovevo aver sentito in casa, le risposi seria: <em>Mi scusi maèstra, ma queste son domande che non si fanno</em>. E per lei da quel momento non sono esistita più.</p>
<p>Sono cose che si imparano da piccoli: ci sono domande che non si fanno, frasi che è meglio non dire. In casa mia lo sentivo dire spesso: <em>eeeee&#8230; unistabbène, via!</em> Cioè: lo puoi pensare, ma poi tienitelo per te. Tipo: se uno a ventotto anni non lavora, è iscritto all&#8217;università coi soldi di babbo e mamma e non si è ancora laureato, o ha qualche problema o tanto figo non riesco a considerarlo. Ma non lo dirò ad alta voce. Tanto più che uno studente universitario costa alle casse dello stato molto di più di quel che paga di tasse. Chi si laurea in pari ha anche il merito, che andrebbe pubblicamente riconosciuto, di averci fatto risparmiare tutti. Ma lo tengo per me. Poi sì, ci sono quelli che lavorano per mantenersi, che si fanno un gran mazzo, e università dove ti ostacolano in tutti i modi anche a fare le cose normali. Ma, sempre tra me e me, non ne ho conosciuti molti di questi eroi. E comunque, <em>ventotto anni</em> sarà del tutto arbitrario, ma oggi ti danno un foglio con scritto <em>laurea</em> anche in tre anni: ventotto, per dire, significa che cinque anni dopo sei sempre lì. Ma non lo dirò. In fondo, ai miei amici fuoricorso ho sempre voluto bene lo stesso. E comunque, se lo dicessi io chissenefrega: non sono mica sottosegretario.</p>
<p>Il posto fisso non esiste più, qualcuno si stupisce? Non sono al governo, ma l&#8217;ho scritto <a href="http://silviabencivelli.it/2010/non-mi-sono-spiegata-io-imprenditrice-di-me-stessa-non-e-mica-fantascienza/">più di un anno fa</a>. E l&#8217;ho declinato scrivendolo in prima persona: non avrò mai un posto fisso ma pazienza. Anzi, che bello, toh, che dinamismo e che vivacità. Posso dirlo, <em>che bello</em>, solo per me e con un bel po&#8217; di cautela. Ma non posso permettermi di dirlo per nessun altro e forse non posso nemmeno pensarlo. Che ne so, io, di chi non ha potuto <em>scegliere</em> il proprio lavoro o di chi, adesso, lo sta perdendo nel pieno di questo dramma nazionale, o di chi si trova a fare lavoretti sottopagati per campare e così via? Se poi fossi primo ministro in un periodo in cui i miei coetanei fanno la fame so che non potrei dirlo né potrei proprio permettermi di pensarlo, e per precauzione mi farei tatuare sul cervello l&#8217;immagine di una bambina di otto anni coi capelli a pentolino e il ditino alzato, capace di dirmi, sfrontata, <em>caro senatore a vita (e ripeto: a vita), queste non son cose che si dicono</em>.</p>
<p>E poi c&#8217;è la storia del posto di lavoro vicino a mamma e babbo. Io di gente che ha macinato chilometri per lavorare ne conosco a pacchi. A pacchi davvero. Ma conosco anche gente che non fa figli perché mamma e babbo ormai sono troppo lontani e come fai a permetterti un bambino in certe città, con certi stipendi, a certe condizioni? Conosco gente che è tornata a casa e poi si è fatta un mazzo così per restituire al suo paese quel che il paese ha dato per lei, e vive con due lire ma riesce ancora a spendere il suo tempo per il volontariato. E conosco gente, in effetti tanta gente, che è rimasta nella propria cittadina, ha scelto di essere meno ambiziosa in cambio di una vita serena, e adesso non mi sento di biasimarla affatto. Io passo due ore al giorno sui mezzi pubblici e non ho il tempo di fare la spesa o di organizzare una festa di Carnevale: ma la mia è una libera scelta e chi mi trova arrivista, e dice che per il lavoro non si può sacrificare così la qualità della vita, forse un pezzetto di ragione ce l&#8217;ha. Io lo trovo un po&#8217; pigro, un po&#8217; deludente. Ma non sono ministro dell&#8217;interno e lo posso anche scrivere ad alta voce: i miei amici che sono rimasti in provincia qua a Roma avrebbero spaccato il mondo, sarebbero stati i più bravi tra i bravi, peccato che se ne siano rimasti là.</p>
<p>Però, un paio di giorni fa, a poche ore di distanza, ho avuto due dialoghi desolanti con due amiche che si sono laureate prima dei fatidici ventotto, non si sono mai poste il problema della noia sul lavoro, e mamma e babbo li hanno salutati più volte: cari uomini di governo, voi vi sareste davvero complimentati con entrambe.<br />
Tutte e due avevano appena rifiutato di lavorare gratis: sono iperqualificate, sono più che adulte, e amano quel che fanno (o che sanno fare e che farebbero volentieri). Hanno semplicemente rifiutato di passare il proprio tempo a regalare competenza a chi manco le ringrazia. O forse le ringrazia anche, ma che ci fai con i <em>grazie</em>? Solo che in quel momento avevano in gola un nodo grosso così, un nodo di umiliazione e rabbia.<br />
Tutte e due sono appena tornate a vivere coi genitori causa indigenza, non causa pigrizia, cari ministri. Tutte e due sono rientrate da un lungo e felice periodo di lavoro all&#8217;estero, e probabilmente, a malincuore, all&#8217;estero torneranno e resteranno, a questo punto a ogni costo, e quello di vedere babbo e mamma una volta ogni tre mesi è di sicuro il costo minore. Tutte e due sono state, ormai tanto tempo fa, brave studentesse in cui il nostro paese ha, giustamente, investito. E adesso sono deluse, depresse, avvilite. Io a loro io non so che cosa dire, io che sono felice con la mia flessibilità e vivo solo a trecento chilometri da casa. Ma di certo quello che voi state dicendo loro, a noi, a tutti noi, fa davvero molto male.</p>
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		<title>Alice nel paese della scienza in bianco e nero</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 14:48:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Nel paese della gente normale, quella che la scienza non la tocca nemmeno con la punta dello scarpone, vivono due scienziati. Quello Deipoteriforti e quello Autorevole.
Il primo, lo scienziato Deipoteriforti, è un barone appesantito dagli anni e dal potere. Pratica una scienza rigida e ortodossa: se è medico è medicina ufficiale, sennò è generica scienza tradizionale. <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/alice-nel-paese-della-scienza-in-bianco-e-nero/">Alice nel paese della scienza in bianco e nero</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel paese della gente normale, quella che la scienza non la tocca nemmeno con la punta dello scarpone, vivono due scienziati. Quello Deipoteriforti e quello Autorevole.<br />
Il primo, lo scienziato Deipoteriforti, è un barone appesantito dagli anni e dal potere. Pratica una scienza rigida e <em>ortodossa</em>: se è medico è medicina <em>ufficiale</em>, sennò è generica scienza <em>tradizionale</em>. Di sicuro ha qualche interesse sporco: se è medico, è legato alle farmaceutiche e riceve ricchi soldoni per prescrivere farmaci inutili ai suoi pazienti. Altrimenti deve tenersi stretta la poltrona, deve difendere la propria inefficienza, deve mascherare ai cittadini, che nolenti lo finanziano con le loro tasse, alcune sue lacune tipo l&#8217;incapacità di prevedere terremoti, caduta di meteoriti e altre catastrofi.<br />
Lo scienziato Deipoteriforti è uno che difende lo status quo. E allora, se sei un paziente trovati un <em>alternativo</em>, se sei un giornalista trovati <em>una voce fuori dal coro</em>, se sei un cittadino, comunque, non fidarti.</p>
<p>Lo scienziato Autorevole è uno che sa la Scienza, con la Esse maiuscola. E non serve metterlo mai in discussione. Perché la Scienza è una sola e quindi, esimio professore, vorrei tanto che lei cortesemente mi spiegasse, mi chiarisse e mi desse il suo illuminato parere. Che è uno. Ed è il parere della Scienza. E noi qui ad abbeverarci dalla fontana della sua saggezza.<br />
Tipo. Una volta, una collega mi disse che per un&#8217;intervista su una questione di energia nucleare avrebbe chiamato un suo amico biologo. Faccio <em>scusa, ma che c&#8217;entra un biologo?! </em>Risponde <em>ma lo saprà quali sono i rischi per la salute di una centrale nucleare: è biologo! </em>E le tante volte che <em>ma quello è uno scienziato, eh, uno che ha studiato!<br />
</em></p>
<p>Nel paese della gente normale, che con la scienza ha rapporti saltuari improntati alternativamente al massimo della sfiducia o al massimo della fiducia, per esempio non si prendono gli antibiotici perché le multinazionali del farmaco pensano solo al profitto, e si spendono gli stessi soldoni per sciroppi garantiti nonscientifici: sciroppi prodotti, si presume, da benefattori che vivono d&#8217;aria e di amore. Oppure si prendono tonn di antibiotici anche per l&#8217;influenza, e si guardano con attenzione medici danarosi tenere dotte lezioni alla tivvù sull&#8217;urgenza di farsi visitare per il rischio di gomito della lavandaia. Poi si ascolta a bocca aperta il parere del solito luminare del tutto, che dispensa saggezza a trecentosessantagradi. E si divorano interviste a scienziati da non contraddire, che riescono a essere contemporaneamente Autorevoli, col bollino della scienza, ma anche Vocifuoridalcoro, senza bollino della scienza. Perché ragionano <em>di pancia</em>, si dice, o <em>di cuore</em>, perché non sono servi di nessuno.</p>
<p>Da un po&#8217; di tempo in qua, ho notato che la stessa bipolarità la vivo anch&#8217;io. A volte mi trovo a mettere in guardia colleghi e gente del paese della gente normale: <em>beh, guardate che se il 99% degli scienziati la pensa così forse è quell&#8217;1% che non è così attendibile</em>&#8230; alternato a <em>beh, guardate che gli scienziati non sono mica dei santi: anche loro potrebbero avere il loro tornaconto&#8230;</em> con assurdi cortocircuiti e strani giochi di stereotipie.<br />
Fino al paradosso, che qualcuno dei colleghi più svegli smaschera in fretta, nel mondo della gente normale. Io: <em>ma questo scienziato cattedratico accademico non mi sembra che stia facendo un gioco tanto pulito&#8230;</em> Collega: <em>non starai mica contro agli scienziati cattedratici accademici, proprio tu, che sei una scienziata?!</em><br />
Fatemi tornare di là dallo specchio.</p>
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		<title>Alice nel paese del giornalismonormale &#8211; Impressioni del giorno dopo</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 19:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giornalismo scientifico]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Beh, che cosa mi aspettavo? Che qualcuno avrebbe alzato il ditino e&#8230; Come cavolo hai fatto a parlare per venti minuti o giù di lì di cambiamenti climatici, a raccontare Durban, intervistare Pachauri e i contestatori, e a non nominare mai, mai, il protocollo di Kyoto?
Cioè. Io pensavo che tutti l&#8217;avessero sentito almeno una volta nella <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/alice-nel-paese-del-giornalismonormale-impressioni-del-giorno-dopo/">Alice nel paese del giornalismonormale &#8211; Impressioni del giorno dopo</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Beh, che cosa mi aspettavo? Che qualcuno avrebbe alzato il ditino e&#8230; <em>Come cavolo hai fatto a parlare per venti minuti o giù di lì di cambiamenti climatici, a raccontare Durban, intervistare Pachauri e i contestatori, e a non nominare mai, mai, il protocollo di Kyoto?<br />
</em>Cioè. Io pensavo che tutti l&#8217;avessero sentito almeno una volta nella vita. Che ci fosse una dimestichezza generalizzata di livello zero con la cosa, tipo: <em>boh, cioè, è tipo un accordo internazionale, cioè, tipo per abbassare l&#8217;inquinamento</em>. Ecco: pensavo che una cosa così potesse dirla il meno scolarizzato di noi, uno alla Lorenzo di Avanzi. E invece evidentemente no. Ingenua.<br />
Così me lo hanno fatto togliere.<br />
Però evidentemente non serviva nemmeno. Così nessuno oggi, nemmeno il più rompipalle dei colleghi, lo ha notato.</p>
<p>Cioè, hanno notato <em>quasi</em> tutto: il blocco degli appunti di Radio3 (sentimentale&#8230;), il maglione con il cappuccio storto, il viso lucido e sudato, la sciarpa di alpaca, il gelo in laguna di Venezia. Sembra che sia stata osservata in tutti i modi. Una mia amica sorda ha persino notato che mi sono rivolta a una persona toccandola, come faccio per parlare con lei e, per estensione, con suo marito (udente) e con tutti i nostri amici, che siano sordi o udenti non importa. Una zampata sul braccio.<br />
Ma l&#8217;assenza di Kyoto no, non l&#8217;ha notata nessuno. Che strano.</p>
<p>E nessuno mi ha detto niente dell&#8217;inizio della puntata. Questa era una cosa per palati fini, ma i palati fini in genere sono anche dei gran cacacazzi, e invece.<br />
Perché, vista dal mio divano, la cosa suonava così: <em>zanzanzanzanzan (sigla), due mesi dopo (!) il terremoto dell&#8217;Aquila qualcuno ha rivelato che quel terremoto era previsto (&#8220;tutta la comunità scientifica sapeva che stava arrivando!&#8221;) eppure, colpevolmente, si è deciso di non fare niente, zanzanzanzan&#8230;</em><br />
Segue presentazione della nuova redattrice specialista di scienza.<br />
Io, minimo minimo, a quella nuova redattrice avrei mandato due righe di mail dicendo <em>ma tesoro mio: com&#8217;è che avete aperto la puntata così? cioè: avete verificato la fonte? vi siete mica imbattuti in qualche prova di quel che è stato detto? avete fatto due telefonate di sicurezza? e avete mica cercato di capire un po&#8217; meglio quel che è successo e quel che succede lì? ma soprattutto: era proprio necessario? non pensate che sia un messaggio poco corretto da dare agli spettatori, tanto più che poi parlavate d&#8217;altro?<br />
</em>E quella nuova redattrice di scienza si sarebbe trovata in difficoltà: già ce la vedo. Avrebbe risposto balbettando, poi avrebbe girato le mail al capo, avrebbe avuto paura di fare la parte dell&#8217;impertinente e soprattutto avrebbe cercato di cancellare quell&#8217;enorme <em>ve l&#8217;avevo detto, io!</em> che a quel punto le sarebbe spuntato a lettere cubitali sulla fronte e che sarebbe stato poco opportuno mostrare ai nuovi colleghi.<br />
E invece.</p>
<p>Quando facevo le mie cosine alla radio il cacacazzi non mancava mai. Piuttosto ti correggeva l&#8217;ortoepia. Piuttosto sbagliava di grosso. Piuttosto parlava d&#8217;altro. Ma le pulci me le faceva sempre. Quando faccio le mie cosine alla tivvù il cacacazzo scompare.<br />
Ho un naso perfetto, lo so, modestamente. Sorrido in modo grazioso, a volte. Non sono precisamente una cozza, anche se mi vesto un po&#8217; come viene e non mi so truccare. Ma cacacazzi, vi prego: tornate. Non fatemi sentire sola. Non fatemi pensare che alla tivvù basti un bel faccino per farsi perdonare le facilonerie e distrarre le masse.<br />
O almeno fatemi qualche domanda: <em>perché tutti quei pesci e nemmeno un albero? perché a Durban non hai intervistato nemmeno un europeo? perché c&#8217;è un barracuda in laguna?!</em><br />
Adesso è troppo tardi (eh&#8230; dai). L&#8217;unica che mi ha fatto una domanda intelligente è stata la solita amica. Dice <em>come hanno fatto a sconfiggere la terribile epidemia tropicale in provincia di Ravenna?</em> Brava, grazie per la domanda. Ho la risposta. Lo avevo chiesto ma poi ho dovuto tagliarlo. Tagliarlo, come Kyoto e come l&#8217;immagine di un paio di scarpe che vi avrebbe sicuramente fatto discutere moltissimo.</p>
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		<title>Rivoglio i miei soldi: riusciamo a non farci fregare dai rimborsi?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 12:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fattura]]></category>
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		<category><![CDATA[rimborsi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Io adoro la mia commercialista. Toglietemi tutto ma non lei. L&#8217;ho persino invitata a Roma, a casa mia. La mia commercialista è il mio nuovo supereroe. Perché mi fa passare gli incubi, tipo quello dei rimborsi. E lo fa con un tono perentorio che sembra uno della capitaneria di porto, ma le cose me le dice in pisano. <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/rivoglio-i-miei-soldi-riusciamo-a-non-farci-fregare-dai-rimborsi/">Rivoglio i miei soldi: riusciamo a non farci fregare dai rimborsi?</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io adoro la mia commercialista. Toglietemi tutto ma non lei. L&#8217;ho persino invitata a Roma, a casa mia. La mia commercialista è il mio nuovo supereroe. Perché mi fa passare gli incubi, tipo quello dei rimborsi. E lo fa con un tono perentorio che sembra uno della capitaneria di porto, ma le cose me le dice in pisano. Rassicurante.<br />
Primo: mettersi d&#8217;accordo col cliente. Il viaggio è a parte? E i pasti? Bene.<br />
Secondo: si aprono due possibilità. Anzi tre. La terza è: quello mi ha detto che pago tutto io, quindi niente rimborso, quindi stiamo uscendo fuori tema, quindi bisogna farsi pagare di più per ammortizzare i costi.<br />
Altrimenti posso avere una diaria, o un anticipo, o un forfettario (per esempio, 50 euro al giorno per i pasti): situazione numero uno. Oppure posso presentare le ricevute delle spese a parte, dopo: situazione numero due.<br />
In entrambi i casi, mi spiega la commercialista, le spese finiscono in fattura.<br />
Però in posti diversi. E, attenzione, si corre il rischio di pagarci le tasse due volte.<br />
Dici: banale. Dico: mica tanto.</p>
<p>No, perché io forse a volte mi sono fatta fregare subito al primo passaggio: non mi sono messa d&#8217;accordo per bene. Ma ho scoperto che ci sono colleghi che sistematicamente sommano le spese ai compensi, tutte le spese, finendo per rimetterci un sacco di soldi.<br />
Dici: beh, babbei. Dico: no, vittime disattente di un impiegato stupido (nel senso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stupidit%C3%A0">scientifico </a>del termine) e prepotente, che impone loro di fare fatture più <em>facili.<br />
</em>Invece.<br />
Un compenso fa reddito, quindi deve essere tassato. Un rimborso no: non è reddito. Ho speso cento di treno e cento devono rientrare, senza che ci debba pagare di nuovo le tasse (e la pensione!), anche perché sennò me ne rientrano cinquanta. Però il rimborso deve essere documentato: ci deve essere il biglietto con il nome, la data, il prezzo e tutto quanto. A quel punto, si scrive il prezzo in calce alla fattura, si somma all&#8217;imponibile e quelli sono i soldi che il cliente deve versare (ma poi noi, grazie alla fantastica commercialista, pagheremo le tasse solo sull&#8217;imponibile). Se le spese non sono documentate perché si è avuto un anticipo (o ci daranno una diaria a forfait), quelle invece fanno reddito e devono sì essere sommate ai compensi. Più iva, meno ritenuta d&#8217;acconto e vai con liscio.</p>
<p>Che cosa c&#8217;è di <em>facile </em>in una fattura in cui si trasforma in imponibile quello che imponibile non è? Niente. Ma vaglielo a spiegare. Che poi la mia commercialista è anche una che fa le telefonate per me: se non riesco a spiegarglielo io, all&#8217;impiegato che cerca di farla <em>facile</em>, ci riesce benissimo lei. Grida <em>articolo 15 del dpr 633/</em>72! E quello si cheta.<br />
Invece noi qua a combattere con la stupidità (scientifica, si intende).</p>
<p>L&#8217;altro giorno, mentre consegnavo le ricevute dei rimborsi all&#8217;addetto preposto (guai a consegnarle a un addetto non preposto), quello stava chattando doppio. Aveva due finestre  aperte sullo schermo del computer e lo sguardo fisso lì: ping pong ping pong, tra quella di destra e quella di sinistra. Se una delle mie ricevute, che io gandhianamente sfogliavo accanto a lui cercando di non deconcentrarlo, cadeva sulla tastiera, lui la scansava con un mignolo e andava avanti a chattare, senza muovere di un grado la testa verso di me.<br />
Gli ho chiesto: <em>a chi devo presentarle le ricevute per avere i rimborsi?</em> Ha alzato una spalla e mi ha detto di chiederlo ai colleghi.<br />
I colleghi mi han detto di metterle in fattura, sommandole ai compensi. O addirittura di fare una fattura a parte: la <em>fattura compensi</em>. E io ho chiamato la commercialista, la supercommercialista, che mi ha tranquillizzato. Almeno finché non inciamperò di nuovo in un addetto preposto che cerca di facilitarsi la vita complicando la mia.<br />
Magari, chissà, la supercommercialista un giorno verrà davvero a trovarmi da queste parti e allora le farò conoscere i personaggi che le racconto al telefono. Ah, certo: se verrà sarà a spese sue, si intende.</p>
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		<title>Fatture, bollette, contabilità e le altre ragazze del mucchio</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 14:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[autonomo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>La piccola Marcegaglia della comunicazione della scienza stamani resta a casa. Deve riordinare la contabilità: il trimestre è finito e lei, gonfia di rassegnato orgoglio per il suo lavoro così bello e tedioso insieme, aprirà il computer e chiamerà accanto a sé la contabile dell&#8217;ombra di se stessa.
Avanti.</p>
<p>Ci sono le mie fatture. Facile. Dalla 24 alla 32. <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/fatture-bollette-contabilita-e-le-altre-ragazze-del-mucchio/">Fatture, bollette, contabilità e le altre ragazze del mucchio</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La piccola Marcegaglia della comunicazione della scienza stamani resta a casa. Deve riordinare la contabilità: il trimestre è finito e lei, gonfia di rassegnato orgoglio per il suo lavoro così bello e tedioso insieme, aprirà il computer e chiamerà accanto a sé la contabile dell&#8217;ombra di se stessa.<br />
Avanti.</p>
<p>Ci sono le mie fatture. Facile. Dalla 24 alla 32. Rileggerle e verificarne date e numeri. Sono corretti? Speriamo. Vanno solo stampate: segnarlo tra le cose da fare domani.<br />
Ci sono i rimborsi per la Rai, la mia nuova croce. Dividerli trasferta per trasferta, (mettere tra le cose da) fotocopiare le ricevute di alberghi, ristoranti e spostamenti. Le fotocopie finiranno alla Rai, gli originali alla commercialista. Attenta a non confonderti e imbusta ogni viaggio in una busta a parte. Compilare il modulone. Anzi: i moduloni. Contare tutti i pasti: che si fa? Dove ho mangiato? Lo scontrino? Come ci ero arrivata all&#8217;aeroporto? Dove sarà la ricevuta del taxi? E chi se lo ricorda?<br />
La piccola Marcegaglia e la contabile della sua ombra non si scoraggiano. Capita a tutti di sbagliare e poi pazienza per questi venti euro. O quaranta. Pazienza lo stesso. Pazienza.</p>
<p>E ora le utenze. Le bollette, cioè. Sicuramente ne manca qualcuna. Però, guarda che brava, stavolta quella del condominio è qua. Alcune bollette sono domiciliate, altre le pago online. Allegare ricevuta. Ops: quella della Telecom non è stata pagata.<br />
Fare finta di niente e mettere tutto in un&#8217;altra busta. L&#8217;ottava, per adesso. Pagare pagherò domani.<br />
Le altre spese: le lenti a contatto (andranno nell&#8217;Iva o nell&#8217;Irpef? Boh, mai capito), l&#8217;affare del computer, il telefonino nuovo. I miei viaggi. I miei ristoranti. Questa fattura è sbagliata: c&#8217;è ancora l&#8217;indirizzo di casa dei miei. Scrivere una mail e farla rifare.<br />
E questa roba che cos&#8217;è? Dal fondo del cassetto sono saltate fuori quattro certificazioni dei compensi del 2010! Fare finta di niente e allegare alle cose da consegnare alla commercialista.<br />
I diritti d&#8217;autore. Avrei dovuto stampare quella mail? E non devo consegnarli a fine anno, piuttosto che a fine trimestre? E se fine anno e fine trimestre coincidono?<br />
Tirem&#8217;innanz.</p>
<p>Arriva il momento del controllone bombosparone del filone excellone, quello con i lavori fatti, con accanto il relativo numero di fattura, con accanto le note (<em>farsi rimborsare treno</em>, <em>non accettare mai più lavori</em>, <em>referente G.F. detto bruttamerda</em>) e accanto la data del pagamento. A ogni lavoro deve corrispondere una fattura a cui <em>deve </em>corrispondere un pagamento. Verificare sul conto corrente <em>affari </em>(quello da cui ogni tanto pago il mio unico dipendente, cioè me stessa, attraverso un giroconto sul conto corrente denominato <em>personale</em>: il massimo dell&#8217;onanismo elettronico).<br />
Non è così? Non c&#8217;è il pagamento?! Si principi a scrivere una mail cortese ma ferma in cui si sollecita il pagamento. Eccheccazzo.</p>
<p>La piccola Marcegaglia e la contabile della sua ombra adesso hanno accanto un bodyguard pelato pronto a menare le mani. <em>Gentile cliente, sto chiudendo la contabilità e non mi risulta il pagamento della fattura&#8230;</em> Il bodyguard si scrocchia le dita, la contabile si accorge di un altro erroretto e tace per amor di pace, la Marcegaglina dà ordine di attaccare con un&#8217;altra mail: <em>gentile università, posso finalmente fatturare quel cacchio di lavoro che ho disgraziatamente accettato in un momento di horror vacui e che&#8230;<br />
</em>Qui, insieme alla Marcegaglina, alla contabile e al bodyguard, arriva pure l&#8217;infermiere di psichiatria a farmi compagnia. Va bene, faccio la brava, cancello le parolacce. L&#8217;infermiere mi guarda benevolo, la contabile china la testa, il bodyguard si gratta la testa e la Marcegaglietta ha uno sguardo piccato.<br />
Forse, quando cominciamo a essere in quattro, è arrivato il momento di fare pausa.</p>
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		<title>Il mio cliente è un ectoplasma. Storia di Paola che lavorò, inseguì, vinse e poi pagò.</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 10:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cliente scomparso]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Copincollo una nota della mia amica e collega Paola Roli, che fa più o meno lo stesso mestiere mio.</p>


<p>Ho ricevuto un avviso di pagamento.
Mi sono messa a piangere e non ho ancora smesso.
Cinque anni fa feci un lavoro per il quale mai mi pagarono i 1.500 euro dovuti. Andai da un avvocato, facemmo causa, il giudice <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/il-mio-cliente-e-un-ectoplasma-storia-di-paola-che-lavoro-insegui-vinse-e-poi-pago/">Il mio cliente è un ectoplasma. Storia di Paola che lavorò, inseguì, vinse e poi pagò.</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Copincollo una nota della mia amica e collega Paola Roli, che fa più o meno lo stesso mestiere mio.</p>
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<div>
<p>Ho ricevuto un avviso di pagamento.<br />
Mi sono messa a piangere e non ho ancora smesso.<br />
Cinque anni fa feci un lavoro per il quale mai mi pagarono i 1.500 euro dovuti. Andai da un avvocato, facemmo causa, il giudice di pace mi diede ragione. Ci furono un pignoramento e due aste, ma nulla venne venduto. Mi dissero: è andata così, mica si vince sempre nella vita. Sulla carta, tuttavia, c’era scritto che avevo vinto io.<br />
Un giorno, a quattro anni dal misfatto, mi arriva un avviso di pagamento dell’Ufficio Vendite Giudiziarie che dice che per il loro disturbo (pignora, fai l’asta, rifalla, insomma: un sacco di movimento) devo loro 380 euro. Stamane mi scrive anche l’Agenzia delle Entrate: per “la registrazione della sentenza” a me favorevole (evidentemente un altro bell’incomodo: sai portare in giro tutte quelle carte?), a loro devo invece versarne altri 340.<br />
Ricapitolando: non solo non ho mai avuto i miei 1.500 euro, ma ho dovuto pagarne ulteriori 720.<br />
720 euro è esattamente quanto guadagno ora in un mese.<br />
E allora vorrei sapere con che cuore io per un mese mi alzerò tutte le mattine e lavorerò fino a sera per NIENTE, perché il frutto di tutta la mia fatica andrà versato allo Stato, in risarcimento del disturbo che si è dato per tutelarmi da un&#8217;ingiustizia che ho subìto e che lui stesso, attraverso le sue istituzioni, ha riconosciuto come tale.<br />
Pago perché quando ero ferocemente disoccupata ho voluto testardamente lavorare.<br />
Pago perché sono stata obbligata a farlo senza contratto e dunque senza l’ombra di una garanzia &#8211; e infatti me l’hanno messa al culo.<br />
Pago perché mi sono ribellata all’ingiustizia, oltre all’umiliazione, di non venir retribuita per un lavoro svolto oltretutto con zelo; in compenso, sulle fatture mai saldate io le tasse le ho pagate, perché il contratto non c’era, ma la partita iva (la mia) sì.<br />
Pago, in definitiva, perché ho avuto la bella idea di chiedere aiuto allo Stato, di appellarmi alla Legge, e non ai picchiatori, e non al Gabibbo (come proponevano altri colleghi truffati come me e in tutto eravamo quasi una cinquantina). L’avvilimento, enorme, che ho addosso in questo momento mi spinge a pensare che mai una scelta fu più sbagliata. </p>
<p>A me successe una cosa simile, per 3000 euro. Ma il mio avvocato si mise d&#8217;accordo con il loro avvocato e la cosa si chiuse con un pagamento di 1500 euro, un anno dopo (lorde e blablabla. Praticamente ho preso duecento euro per ogni mese di lavoro, ma almeno non ho pagato).<br />
Anche i miei clienti erano scomparsi. Gli unici segni di vita che mi erano arrivati erano state due lettere in cui mi si accusava di essere stata molto imprecisa nell&#8217;uso del lessico medico, molto imprecisa. Che insomma, ora. Ecco. Non era vero, fidatevi. Però per questo, dicevano, non mi avrebbero pagato (a lavoro già concluso). Niente di niente.<br />
Intanto, ad altri miei due colleghi che erano più indietro di me nel lavoro, gli stessi proponevano di chiudere la faccenda con il pagamento di una frazione molto piccola del dovuto, con un&#8217;altra scusa.<br />
Non so che magheggi abbia fatto il mio avvocato: queste cose mi sono del tutto misteriose. Ma dopo aver letto la storia di Paola, dopo averci parlato per telefono, dopo aver cercato di capire la differenza tra la sua storia e la mia, ho il sospetto che dietro ci sia solo la sfortuna (di chi vive adesso in questo tempo sbagliato) e non l&#8217;ingenuità. E che non ci sia quasi nessun modo per difendersi. Smentitemi, vi prego.</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;inverno sta finendo e un anno (fiscale) se ne va. Ecco come è andata.</title>
		<link>http://silviabencivelli.it/2011/linverno-sta-finendo-e-un-anno-fiscale-se-ne-va-ecco-come-e-andata/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=linverno-sta-finendo-e-un-anno-fiscale-se-ne-va-ecco-come-e-andata</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 14:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[mondo free lance]]></category>
		<category><![CDATA[contabilità]]></category>
		<category><![CDATA[freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 2011 finisce domani. Questo il bilancio del mio anno di attività da free lance:
1. Quest&#8217;anno si festeggiano 32 fatture! Sono tante, sono più di quante non ne abbia fatte in un anno. Brava, sbe. Abbiamo lavorato sodo.
2. Di queste 32, 28 sono state pagate! Brava, sbe. Ma le altre? Niente, le altre no. Che cosa <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2011/linverno-sta-finendo-e-un-anno-fiscale-se-ne-va-ecco-come-e-andata/">L&#8217;inverno sta finendo e un anno (fiscale) se ne va. Ecco come è andata.</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2011 finisce domani. Questo il bilancio del mio anno di attività da free lance:<br />
1. Quest&#8217;anno si festeggiano 32 fatture! Sono tante, sono più di quante non ne abbia fatte in un anno. Brava, sbe. Abbiamo lavorato sodo.<br />
2. Di queste 32, 28 sono state pagate! Brava, sbe. Ma le altre? Niente, le altre no. Che cosa devo fare? Andargli a dormire sul pianerottolo? Di queste quattro, una è per un cliente che manco risponde più alle mail. Uno su trentadue: poteva andarmi peggio.<br />
3. Trentadue fatture non significa trentadue clienti (per fortuna). Ci sono i clienti ricchi e quelli poveri. Quelli poveri sono di più, ma quelli ricchi, che sono solo due, coprono i due terzi di tutte le entrate. Come dire: non sono una <em>monocliente</em> ma quasi. Se fossi monocliente mi direi <em>falsa partita Iva</em>. Quel <em>quasi</em> mi permette di sentirmi una piccola Marcegaglia di me stessa, un po&#8217; meno fragile di tanti colleghi spersi tra i flutti della libera professione.<br />
4. L&#8217;anno prossimo, già a gennaio, dovrò fare una, due, tre&#8230; Almeno sei o sette fatture per prestazioni effettuate nel 2011. Wow. Sollievo. Regola: si fattura il più possibile a ridosso del pagamento, per evitare di pagare le tasse in anticipo e di versare l&#8217;Iva su pagamenti non ancora (o mai) avvenuti. (Perciò un grazie speciale ai tizi delle quattro fatture di cui al punto 2).<br />
5. Non navigo nell&#8217;oro, ma sono viva e mi sono appena comprata un paio di scarpe. Questo non basta a farmi sentire serena rispetto alla politica dei rimborsi: in due mesi, ho anticipato un paio di migliaia di euro per andare a fare servizi in giro per il mondo. Mi verranno restituiti (spero, e spero per intero) l&#8217;anno prossimo.<br />
Un paio di migliaia di euro, e tutte le volte c&#8217;è da spiegare che io li pago netti (presente quando compri un biglietto del treno?) ma che se me li fanno mettere in fattura loro me li danno lordi, e ci devo pagare le tasse e la pensione. A parte l&#8217;assurdità della cosa (pagare la pensione sull&#8217;acquisto di un biglietto del treno?! O ho capito male?), nessuno ci guadagna e io ci rimetto. Sono già in ansia. Dall&#8217;anno prossimo mi dico che non anticiperò più una lira a nessuno. Ma non ci credo neanche se lo vedo.<br />
6. L&#8217;anno prossimo non mi schioderò da Roma per meno di x euro. No. Non posso continuare a farmi sballottare per il paese in cambio di una pizza e un paio di stringhe. A trentadue fatture e trentaquattro anni, la piccola Marcegaglia della comunicazione della scienza ha deciso di investire. Investire in idee e tempo. Però, visto che con le idee e col tempo non ci si mangia, le sue prestazioni continuerà a darle via, ma aumentandone il prezzo. Ce la farà?<br />
7. Quest&#8217;anno ho rischiato di perdere il più grande dei piccoli clienti (non per colpa mia). Un bello spaghetto, ma poi l&#8217;emergenza è rientrata. Io ci metto tutto il mio ottimismo, la mia forza e il mio megalomanico spirito di inziativa. Ma non dimentichiamoci che il 2012 che sta per iniziare potrebbe non essere così allegro.</p>
<p>Quindi.<br />
Primo proposito per l&#8217;anno nuovo: smettere l&#8217;assurda competizione con me stessa per cui ogni anno devo aver fatto più fatture del precedente.<br />
Secondo proposito: non farmi fregare.<br />
Terzo: divertirmi come mi sono divertita finora. In barba alla crisi, ai matusa e al governo.<br />
Daje marcegà.</p>
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		<title>Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 15:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lavoro gratis]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Oh, accipicchiolina. Qualcuno se n&#8217;è accorto. Complimenti. Certo, non è successo dalle nostre parti (prendiamoci tutto il tempo per pensare: in fin dei conti, sono solo vent&#8217;anni che abbiamo inventato lo stage di lavoro), ma qualcuno se n&#8217;è accorto. Il lavoro intellettuale non retribuito è roba da fighetti. E quando i fighetti cresceranno (con tutta calma) <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2011/il-colpevole-siamo-noi-noi-quei-fighetti-di-lavoratori-intellettuali/">Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oh, accipicchiolina. Qualcuno <a href="http://www.guardian.co.uk/money/2011/dec/27/work-and-careers-arts-policy">se n&#8217;è accorto</a>. Complimenti. Certo, non è successo dalle nostre parti (prendiamoci tutto il tempo per pensare: in fin dei conti, sono solo vent&#8217;anni che abbiamo inventato lo stage di lavoro), ma qualcuno se n&#8217;è accorto. Il lavoro intellettuale non retribuito è roba da fighetti. E quando i fighetti cresceranno (con tutta calma) il lavoro intellettuale non sarà più un lavoro. Sarà un hobby: una roba oziosa per gente pingue e rilassata, in una società che non dà più valore alla cultura, all&#8217;informazione e a tutte queste cose qui. Una società dove non sono affatto felice di vivere e che non sarei felice di sapere in costruzione nemmeno se di mestiere facessi il falegname e campassi di scaffali e cassetti. Oh.</p>
<p>Mi spiego. Dice che lo stage non pagato in posti tipo musei, istituti culturali (ma anche nei luoghi dell&#8217;informazione, ce li metto io) seleziona gli stagisti sulla base di un parametro del tutto svincolato dalla competenza e dalle capacità: il portafogli di babbo e mamma. Se ti puoi permettere uno stage non pagato, evidentemente, c&#8217;è qualcuno che paga per te. E siccome non è l&#8217;azienda, giocoforza sono i tuoi genitori. Lo dicono in Inghilterra, e in Inghilterra pare che se ne stia parlando parecchio. Eh, son lavoroni (come dicono gli idraulici pisani).<br />
Qua, invece, lasciamo perdere gli stage dei neolaureati, che sono del tutto irrilevanti rispetto all&#8217;entità del problema. Conosco una persona, mia coetanea, che lavora da mesi in una grande azienda culturale senza contratto. Aspetta. E non sa nemmeno che forma avrà, se ce l&#8217;avrà, il suo futuro contratto. Intanto lavora, perché il mercato là fuori non è migliore (anche se migliore di zero sarebbe facile) e perché se se ne va non è detto che la richiamino, e chissà quanta gente è pronta a prendere il suo posto. Ha ragione. Intanto ti ripete che si è fatta, e continua a farsi, un culo così per il lavoro che sa e che ama fare. Ma anche che non ha alternative.</p>
<p>Ne dubito. In fondo, siamo due fighette, io e lei e tutti gli amici nostri.<br />
Ci siamo fatti un culo così: è vero. Tra l&#8217;orgoglio nostro e la santa severità dei nostri genitori, la maggior parte della gente che conosco e che fa il mio lavoro è gente in gamba. Ma guardiamoci: siamo tutti figli di papà. Tutti con qualche rete di sostegno che, ancora per i prossimi, toh, vent&#8217;anni, è pronta a sostenerci, incoraggiarci e a lasciarci inseguire il lavoro dei nostri sogni. Qualcuno ha ricevuto in regalo una casa, qualcuno affitta quella di nonna, qualcuno prende un contributo mensile dai genitori, o  una tantum, e c&#8217;è chi si fa regalare il computer, la macchina, le vacanze: c&#8217;è chi magari al momento non prende un soldino da mamma, ma da qualche parte del suo cervello ha la confortante certezza che non finirà mai sotto a un ponte. Però, un attimo, che fine hanno fatto i nostri compagni di classe? La figlia dell&#8217;infermiere, il figlio dell&#8217;operaio della Piaggio, o quello all&#8217;ultimo banco con quattro fratelli?</p>
<p>Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato. E magari la figlia dell&#8217;infermiere e il figlio di quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi non siamo nemmeno in grado di immaginare.</p>
<p>Ma la responsabilità di noi fighetti primi della classe per meriti genitoriali non finisce qua. Perché se il lavoro intellettuale si deteriora e comincia a vivere su un gioco al ribasso, chi ci dice che continuerà a produrre cosine di pregio e spessore? Eh: non è che pagare tanto ti garantisca un buon prodotto, ma di sicuro pagare poco ti mette ad alto rischio schifezza. E quella schifezza la beviamo noi e se la bevono anche quei due che erano seduti ai banchi in fondo, e che di certo non si meritavano dei compagni di classe egoisti e irragionevoli come noi.<br />
Allora l&#8217;alternativa, semplicemente, è darci un taglio e declinare l&#8217;offerta, provando a pensare per un attimo come si sarebbero comportati i sanguigni genitori dei nostri compagni di classe se per fare le notti in ospedale o per stare in catena di montaggio avessero offerto loro zero lire. Perché, insomma, ci pregiamo di fare un lavoro intellettuale ma poi non sappiamo nemmeno ricordarci che il nostro è e deve essere un lavoro, un lavoro come tutti gli altri che costruiscono il mondo. E il lavoro si paga, sennò è un hobby.</p>
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