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	<title>Silvia Bencivelli</title>
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	<description>Giornalista Scientifica</description>
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		<title>Lezione di giornalismo scientifico for dummies / 2: perché un calciatore che giochi con le mani non è sempre un geniale innovatore</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:32:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[giornalismi scientifici]]></category>
		<category><![CDATA[ciarlatani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Provo a riassumere la faccenda.
La scienza ha le sue regole.
Il giornalismo anche.
Lo sport ha le sue regole, l&#8217;economia le sue regole e il teatro le sue regole. E così via.
Se faccio il giornalista scientifico, si presume che conosca le regole del giornalismo e quelle della scienza.
Se faccio il giornalista sportivo, quelle del giornalismo e quelle dello <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/lezione-di-giornalismo-scientifico-for-dummies-2-perche-un-calciatore-che-giochi-con-le-mani-non-e-sempre-un-geniale-innovatore/">Lezione di giornalismo scientifico for dummies / 2: perché un calciatore che giochi con le mani non è sempre un geniale innovatore</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Provo a riassumere la faccenda.<br />
La scienza ha le sue regole.<br />
Il giornalismo anche.<br />
Lo sport ha le sue regole, l&#8217;economia le sue regole e il teatro le sue regole. E così via.<br />
Se faccio il giornalista scientifico, si presume che conosca le regole del giornalismo <em>e</em> quelle della scienza.<br />
Se faccio il giornalista sportivo, quelle del giornalismo <em>e</em> quelle dello sport.<br />
Se faccio il giornalista scientifico e finisco per trovarmi a lavorare su una cosa di sport senza saperne le regole, potrei pensare che uno che gioca a calcio con le mani sia un geniale innovatore. Invece molto più probabilmente è un baro. Idem per un giornalista che non conosce le regole della scienza e si trova a lavorare su una cosa di scienza.<br />
In entrambi i casi, ci vengono in soccorso le regole del giornalismo, che impongono di verificare un bel po&#8217; di volte quello che stiamo per dire.<br />
Cioè: nel caso in cui mi trovassi a commentare una partita di calcio in cui, inatteso, c&#8217;è uno che tira una punizione con le mani, correttezza vorrebbe che prima di gridare al genio, io che di sport non capisco una mazza, facessi una telefonata a chi conosce le regole del gioco. E verificassi con attenzione.<br />
Nella scienza una delle regole principe (analoga a quella per cui il calcio si gioca coi piedi, tranne se si è il portiere) è che chi ha un&#8217;idea nuova deve confrontarsi con i colleghi scienziati e mettere loro a disposizione tutte le informazioni che servono a ripetere l&#8217;esperimento e a verificare se anche a loro dà gli stessi risultati.<br />
Per questo gli scienziati pubblicano sulle riviste scientifiche. Non perché abbiano velleità letterarie, ma perché <em>devono </em>comunicare con gli altri.<br />
Non tutte le riviste scientifiche sono uguali, attenzione: uno scienziato sa quali valgano di più e quali di meno nel proprio ambito di ricerca. Un giornalista scientifico conosce le riviste principali (e ne conosce anche i limiti, perché è uno smagato) ma per le cose di settore deve ovviamente rivolgersi a un esperto di fiducia e fare domande tipo <em>journal of international science of&#8230; </em>è roba seria? A un giornalista non scientifico forse bastano le parole <em>international </em>e <em>science</em> per decidere che, beh, che bomba&#8230; Invece no, non è sempre così. Di nuovo, attenzione alle regole: vanno conosciute e non basta il <em>buon senso</em>.<br />
Detto questo, è forse più facile capire perché il giormalista scientifico di rango si mette le mani tra i capelli quando vede dare risonanza a uno scienziato che non discute con gli altri il proprio lavoro, dà pochi elementi, o nessun elemento, di quelli canonici per confrontarsi con i colleghi, racconta con fare da salvatore dell&#8217;umanità la sua scoperta fatta in cantina. E magari intanto dice che sono gli altri a isolarlo e a non capire il suo genio*&#8230;<br />
Sarebbe come un calciatore che, invece di discutere con l&#8217;allenatore e i compagni, andasse dai giornalisti a dire che il calcio di rigore tirato con le mani cambierà la spettacolarità del campionato e farà crescere le entrate dei club ma che nessuno, in quella squadra di cattivoni, lo vuole ascoltare. Tutti si ostinano ancora a usare i vecchi e usurati piedi. Che strano.<br />
Fate voi.</p>
<p>(Nella prossima puntata della serie, che caricherò probabilmente dopodomani: <em>che cosa succede quando qualcosa va storto</em>, con la gentile collaborazione di Ezio Puppin, professore di fisica al Politecnico di     Milano e presidente del Cnism) (Che cos&#8217;è il Cnism? Andate a controllare!) (più che gentile collaborazione, si tratta di una sua bella mail: una ragione in più per non perdersela. Stay tuned!).</p>
<p>*Avete pensato anche voi a Gianpaolo Giuliani? Alzi la mano chi invece ha pensato all&#8217;omeopatia e a cristalli per la salute e robe di questo genere. C&#8217;è invece qualcuno che ha riconosciuto qualche sistema meraviglioso di produzione di energia pulita? Che strano, eh. Nella scienza ce n&#8217;è per tutti i gusti. Però le regole sono sempre quelle e, guarda caso, i modi di infrangerle anche.</p>
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		<title>Lezione di giornalismo scientifico for dummies e for gente che di mestiere fa altro e dovrebbe continuare a far altro</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 12:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[giornalismi scientifici]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo scientifico]]></category>
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		<category><![CDATA[scienziati]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Regola numero 1: Lo scienziato sedicente eterodosso, fuori dal coro, non ufficiale, indipendente e via discorrendo, nel 99% dei casi è un ciarlatano.
Regola numero 2: Nella scienza, e nella medicina in particolare, i ciarlatani possono essere molto pericolosi.
Regola numero 3: Anche se non sono così pericolosi, i ciarlatani tendono a chiedere soldi: ai cittadini, alle istituzioni, <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/lezione-di-giornalismo-scientifico-for-dummies-o-almeno-for-gente-che-di-mestiere-fa-altro-e-dovrebbe-continuare-a-fare-altro/">Lezione di giornalismo scientifico for dummies e for gente che di mestiere fa altro e dovrebbe continuare a far altro</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Regola numero 1: Lo scienziato sedicente <em>eterodosso</em>, <em>fuori dal coro</em>, <em>non ufficiale, indipendente</em> e via discorrendo, nel 99% dei casi è un ciarlatano.<br />
Regola numero 2: Nella scienza, e nella medicina in particolare, i ciarlatani possono essere molto pericolosi.<br />
Regola numero 3: Anche se non sono così pericolosi, i ciarlatani tendono a chiedere soldi: ai cittadini, alle istituzioni, alla politica. Magari lo fanno raccontando storie semplici semplici sugli interessi degli altri nascondendo con cura i propri: ricordiamoci che nessuno vive d&#8217;arte e d&#8217;amore.<br />
Regola numero 4: Un giornalista che dà voce al ciarlatano, inseguendo lo scoop a tutti i costi per poter dire <em>guardate, è un genio, ma nessuno gli dà ascolto</em>, farà buoni ascolti ma sta facendo malissimo il suo mestiere.<br />
Regola numero 5: Idem per il politico.<br />
Regola numero 6: Come si riconosce il ciarlatano? Cfr regola numero 1. Ah: in più il ciarlatano muore dalla voglia di essere intervistato.<br />
Regola numero 6, corollari: Altri criteri per riconoscere il ciarlatano li copio dal manuale di giornalismo della World Federation of Science Journalists: chiedersi sempre<br />
a. che cosa ne pensano gli altri scienziati?<br />
b. per chi lavora quello lì? è un battitore libero o ha della roba solida alle spalle?<br />
c. chi paga, o ha pagato finora, le sue ricerche?<br />
d. che cosa ha pubblicato e dove?<br />
e. chi ci guadagna?<br />
D&#8217;accordo: per valutare le risposte a queste domande ci vuole un po&#8217; di competenza (soprattutto per le domande a, b, c e d). Ma è proprio per questo che esiste la figura del giornalista scientifico.<br />
Regola numero 7: la ricerca del <em>colpevole a tutti i costi</em> nella scienza non funziona quasi mai. Ci sono cose che non hanno colpevoli diretti (alcune malattie dovute a sfiga), cose che ne hanno più di uno (la cattiva gestione dell&#8217;energia) e soprattutto cose i cui colpevoli, alla fine, siamo noi, anche noi o in primo luogo noi: la maggior parte delle nostre malattie, la qualità del nostro ambiente, la scarsa attenzione alla qualità della ricerca, la cattiva gestione dei soldi e così via. Cercare un colpevole esterno, lontano, grande e magari anche con qualche difficoltà di immagine (la semprevalida <em>politica</em>&#8230;) è il modo migliore per garantire che questi problemi restino a lungo fra noi.</p>
<p>Le scrivo per me, per promemoria, e sicuramente appena avrò chiuso questa pagina me ne verranno in mente altre.<br />
Perché ultimamente, tra la gente che frequento dal vivo e in blogosfera, il venerdi e il lunedi c&#8217;è da divertirsi. Se la prendono con Report che, a furia di voler inseguire il notizione bomba, dice cose e dà voce a gente che a noi fa venire la pelle d&#8217;oca. E lo fa col tono di chi ha scoperto la grossa bega, ahahhhh!, o il povero genio inascoltato, colui che potrebbe salvare migliaia di vite e invece, guarda te, lavora in cantina e parla solo con la moglie. Report è riuscita a far arrabbiare persino i miti astrofisici e un mio amico architetto, non solo epidemiologi, medici clinici e gente che si occupa di salute ed è abituata alla polemica politica.<br />
Un po&#8217; questa cosa mi preoccupa. Ma non solo come cittadina, come amante della scienza, come persona che lavora nella comunicazione&#8230; Egoisticamente, mi preoccupo come watchdog degli watchdog, una a cui, a volte, gli altri chiedono pareri.<br />
Ce la farò? Ce la sto facendo? Ho appena smontato un lavoro sul solito metodo innovativo rivoluzionario del solito genio bistrattato, ma stavolta era una cosa facile.<br />
Altre volte non ce l&#8217;ho fatta.<br />
Poi ho anche paura di diventare paranoica, di vedere ciarlatani da tutte le parti.<br />
Ma mi chiedo anche se, in fondo, la famosa filastrocca che i giornalisti non scientifici ci ripetono di continuo: <em>un pezzo di scienza è prima di tutto un lavoro giornalistico, non pensiate che si scriva in modo diverso!</em> non possa usarla anch&#8217;io. In questo modo: occhei, occupatene pure tu che di scienza non sai niente e lo trovi un motivo di vanto, ma ricordati che <em>un pezzo di scienza è prima di tutto un lavoro giornalistico</em>, quindi, almeno, fa&#8217; quello che faresti con qualsiasi altro pezzo, cioè verifica le fonti, chiediti che interessi ci sono dietro, fa&#8217; un paio di telefonate in più, non berti tutto quello che ti dicono, non essere ossequioso e così via. <em><br />
</em>Sono credibile?<em><br />
</em></p>
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		<title>O ce n&#8217;è o ce n&#8217;è state o ce n&#8217;è di rimpiattate: saltino fuori le &#8220;vere&#8221; partite Iva</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 07:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non sono sicurissima di avere capito e mi stupisce anche un po&#8217; il silenzio sulla questione. Il ddl lavoro, sempre prodigo di sorprese e frizzanti novità, adesso stabilisce diciottomila euro all&#8217;anno di fatturato come soglia per definire la vera partita Iva? Ho sentito bene?
Ma, signori miei: con meno di diciottomila euro lordi all&#8217;anno chi è che <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/o-ce-ne-o-ce-ne-state-o-ce-ne-di-rimpiattate-saltino-fuori-le-vere-partite-iva/">O ce n&#8217;è o ce n&#8217;è state o ce n&#8217;è di rimpiattate: saltino fuori le &#8220;vere&#8221; partite Iva</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono sicurissima di avere capito e mi stupisce anche un po&#8217; il silenzio sulla questione. Il ddl lavoro, sempre prodigo di sorprese e frizzanti novità, adesso stabilisce diciottomila euro all&#8217;anno di fatturato come soglia per definire la <em>vera</em> partita Iva? Ho sentito bene?<br />
Ma, signori miei: con meno di diciottomila euro <em>lordi</em> all&#8217;anno chi è che ci vive? Uno che abita con babbo e mamma, forse, o un evasore fiscale. Di certo non io. E guardate che non è che abbia i rubinetti dorati e trecento paia di scarpe nell&#8217;armadio. Solo che ogni tanto faccio i conti. Diciottomila euro lordi all&#8217;anno, col mio regime di partita Iva, viene meno di mille euro al mese. Un bel po&#8217; meno (in proporzione).<br />
Ho chiesto in giro: nemmeno i miei amici camperebbero con diciottomila euro lordi all&#8217;anno. Tutti quelli che, monoclienti si sono trovati a fare i conti con lordi di quell&#8217;entità, prima o poi hanno capito di doversi dare da fare e hanno raccattato altri introiti grazie ai quali pagare le bollette e la spesa. Non mi sembra il caso di punirli per questo.<br />
Il problema mi pare sempre lo stesso: si guarda il dito e si dimentica la Luna. La questione non deve essere l&#8217;individuazione del lavoratore con una falsa partita Iva: il problema deve essere l&#8217;individuazione dell&#8217;azienda che fa lavorare la gente a partita Iva ma poi la tratta da dipendente. Anzi: prende il meglio delle due condizioni e le volge a suo beneficio.<br />
Tipo (ogni riferimento a fatti e situazioni realmente accaduti è casuale, eh): non si capisce da quando cominci il contratto (maggio, giugno, luglio, settembre? Agosto giammai: gli amministrativi sono in ferie) né quando finisca (poi ci si aggiusta), non si sa quale sarà il compenso (che domanda venale, vergogna) e comunque non lo si potrà contrattare. Quello che è certo è che orari e mansioni saranno le stesse di un dipendente, ma con più variabili. E sta&#8217; pur tranquillo che anche mentre sarai in attesa del contratto ti verranno richieste prestazioni di <em>avvicinamento</em> e tu non potrai rifiutare: sei parte della squadra, no?<br />
Ora, non so come si possano individuare queste aziende. Ci vorrebbe davvero una bella pensata e un grande sforzo di fantasia. Eh, accidenti. Proprio non saprei.<br />
Ma insisto: perché chiedere al lavoratore a partita Iva di certificare la propria veridicità (io <em>sono</em> una partita Iva) visto che uno diventa <em>vero</em> o <em>falso</em> solo in relazione al cliente che ha davanti? Non è mica un fatto ontologico, è una questione di relazione. E perché far finta di non sapere che anche un fatturato di ventiquattro o, toh, ventottomila euro all&#8217;anno (ricordo che oltre alle tasse, alla previdenza, alle gabelle per gli ordini vari, ci si deve pagare il commercialista, e poi quello non è il fatturato di chi ogni anno può scaricare l&#8217;acquisto di tre o quattro computer o di un auto da corsa, per dire) sono introiti alle soglie della dignità per un lavoratore adulto?<br />
Aspettiamo con ansia la prossima proposta su come distinguere una <em>falsa</em> partita Iva: da come si veste (di beige), da come mangia (con i nonni), da come manda i bambini a scuola (con i nonni), da dove passa le vacanze (con i nonni).</p>
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		<title>Poverino a chi? Famola finita con la lagna dello scienziato precario e parliamo di roba seria</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 12:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[giornalismi scientifici]]></category>
		<category><![CDATA[cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione della scienza]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[scienziati precari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Vi dico un segreto: nemmeno gli scienziati sopportano più i patetici tormentoni dello &#8220;scienziato precario, poverino&#8221; e del &#8220;cervello in fuga, poverello&#8221;.
Anche gli scienziati stanno cominciando ad avere i loro moti di orgoglio, e qualcuno si è persino accorto che dietro al microfono in cui sta parlando c&#8217;è un redattore malpagato con un contratto che scade <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/1855/">Poverino a chi? Famola finita con la lagna dello scienziato precario e parliamo di roba seria</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi dico un segreto: nemmeno gli scienziati sopportano più i patetici tormentoni dello &#8220;scienziato precario, poverino&#8221; e del &#8220;cervello in fuga, poverello&#8221;.<br />
Anche gli scienziati stanno cominciando ad avere i loro moti di orgoglio, e qualcuno si è persino accorto che dietro al microfono in cui sta parlando c&#8217;è un redattore malpagato con un contratto che scade ancora prima del suo, e che a casa c&#8217;è tanta gente nelle stesse condizioni: quindi pudore. O almeno furbizia.<br />
Poi si sono accorti, forse, che parlare di precarietà e di meritocrazia insieme porta a un cortocircuito comunicativo antipatico e controproducente (vuoi essere assunto perché è tanto tempo che lavori con contratti temporanei, o vuoi essere assunto perché sei bravo e potresti fare qualcosa di utile per la collettività? Diglielo, all&#8217;amico giornalista: sei bravo, il punto è che sei bravo. Non un poverino, uno bravo: un bravo scienziato su cui converebbe a tutti investire).<br />
E poi che palle. Basta. Non è che sei scienziato: è che sei nato dopo il 1970 in Italia e, come tutti i tuoi coetanei o quasi, sei una creatura sociale diversa da quella che sono stati i tuoi genitori. Pazienza. Ci è andata così. In compenso abbiamo Wikipedia e l&#8217;Iphone.</p>
<p>Tempo fa sono andata a intervistare uno scienziato simpatico sulla quarantina. Era la seconda volta in cinque o sei anni che la mia testata si rivolgeva a lui: ai tempi della prima, lo scienziato aveva un contratto a termine, adesso ne aveva uno a tempo indeterminato. Per fare le stesse cose. Che poi erano quelle che interessavano a me, mica il contratto.<br />
La sera prima della seconda intervista, a cena, la moglie dello scienziato simpatico si era avvicinata e mi aveva confidato, sotto lo sguardo premuroso del marito&#8230; <em>sai, l&#8217;altra volta avete un po&#8217; insistito sul tema della precarietà. Mio marito era precario, sì, ma era solo questione di tempo. Non volevamo apparire lamentosi: sarebbe stato anche poco corretto nei confronti di tanti colleghi. E poi avevo chiesto di non accennare alla mia, di precarietà da scienziata, che insomma era una cosa ancora diversa. Questa volta di che cosa pensi che&#8230; </em>E io, convincente, rassicurante, l&#8217;avevo interrotta: <em>tranquilla bambola, stavolta ci interessa solo la scienza</em>.<br />
Invece, per un caso che non sto a spiegarvi, e per necessità che vabbene, e per questioni di contesto che oh, anche la seconda volta ci si è tornati su, più o meno in questo modo: <em>finalmente lo scienziato simpatico è stato regolarizzato, e anche sua moglie: non sono più precari e oggi entrambi stanno facendo un lavoro bello e utile&#8230;<br />
</em>Siccome quello è simpatico, mi ha mandato soltanto una mail spiritosa: <em>la terza volta verrete a intervistare uno scienziato regolarizzato ma divorziato!</em></p>
<p>E poi basta con la macchietta del povero cervello in fuga. E&#8217; vero, tanti se ne vanno perché all&#8217;estero in genere si trovano posti migliori, con stipendi migliori e (soprattutto) migliori condizioni di lavoro. Ma tanti poi tornano, ciascuno per la sua ragione. E comunque tanti se ne vanno da tutte le parti verso (quasi) tutte le parti (non verso l&#8217;Italia, e semmai il problema è proprio questo) perché la scienza è fatta così: non esiste una scienza senza confronto e scambio. Da sempre.<br />
Ma non è che chi rimane, o chi torna, è un cretino che fuori non ha mercato. Nemmeno un vigliacco che non si vuole staccare da mamma e babbo. E men che meno un eroe che vuole cambiare il paese. Nella maggior parte dei casi, è uno che sta bene anche qui. Anzi: proprio qui.<br />
E, a margine: chi rimane e con la sua laurea scientifica si mette a fare, per dire, l&#8217;insegnante o il politico o il giornalista, non merita meno degli altri la graziosa qualifica di &#8220;cervello&#8221;. Eh. Grazie.</p>
<p>Vi dirò di più: si trovano anche scienziati che non vogliono lamentarsi nemmeno dei soldi che hanno per fare ricerca. Si sono rotti anche delle lagne su quella, che è una questione sacrosanta e imbarazzante che colpisce tutti i settori e tutte le forme contrattuali.<br />
Ho l&#8217;impressione che sia il momento, per tutti, di discutere piuttosto di che cosa fanno gli scienziati e perché, piuttosto che andare a sbirciare nelle loro vite private o prestare loro una spalla su cui piangere. Anche perché se non lo sai, cosa fanno gli scienziati e perché, difficilmente avrai voglia di dare loro un sacco di soldi per costruirsi un acceleratore di particelle o per regolarizzare tutti i precari che ci lavorano intorno.<br />
Tipo: Marco Paolini in tivvù fa il botto con Galileo al Gran Sasso mentre Report indottrina i suoi spettatori con servizi scientificamente scorretti (e fa il botto lo stesso), intanto sul Due c&#8217;è una che dovrebbe parlare di scienza e invece boh non commentiamo, Repubblica ha di nuovo intervistato quel tipo ciarliero e poco affidabile e su Tuttoscienze della Stampa c&#8217;era un articolo sulla memoria dell&#8217;acqua. Di questo parlano i miei amici scienziati, oggi, e di questo si preoccupano: dell&#8217;immagine della scienza che viaggia nel paese. Che, ahimè, ormai è un&#8217;immagine fatta anche di scienziati-precari-poverini, e non giova a nessuno.<br />
Ma questi scienziati, spesso, hanno tanto da dire e da fare. Se ci usciste un po&#8217; più spesso a cena vi accorgereste che non sono poverini per niente, che detestano le lagne inutili e che i loro cervelli li usano, a volte, anche per riflettere su quel che succede nel mondo là fuori. Fino a concludere che è il momento di raccontarsi in un modo migliore: meno centrato sul proprio conto in banca e più attento ai meccanismi della comunicazione e al resto della società. Speriamo che duri.</p>
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		<title>Ancora cinque minuti. Dev&#8217;essere successo che mi è preso sonno. Embè?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 19:58:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ho una nuova dipendenza: il Gratta &#38; Vinci dell’homebanking.
Si vince un Ipad di quelli nuovi, ragazzi, oppure un buono per un sacco di benzina (vabbè, non ho l’automobile, ma posso farne un regalo originale). Fossi matta, mica me lo perdo. Tanto più che me lo sento: vincerò, prima o poi.
Così ogni giorno mi metto a grattare <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/ancora-cinque-minuti-devessere-successo-che-mi-sono-fermata-un-attimo-embe/">Ancora cinque minuti. Dev&#8217;essere successo che mi è preso sonno. Embè?</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho una nuova dipendenza: il Gratta &amp; Vinci dell’homebanking.<br />
Si vince un Ipad di quelli nuovi, ragazzi, oppure un buono per un sacco di benzina (vabbè, non ho l’automobile, ma posso farne un regalo originale). Fossi matta, mica me lo perdo. Tanto più che me lo sento: vincerò, prima o poi.<br />
Così ogni giorno mi metto a grattare con il mouse sullo schermo del computer. E già che ci sono ogni giorno controllo i conti correnti, i pagamenti e le uscite. Non bastava la mia personale ansia pauperista, quella che mi faceva controllare almeno una volta a settimana di non essere diventata d’un tratto poverissima. Adesso c’è il Gratta &amp; Vinci dell’homebanking, che si può giocare una volta al giorno, tutti i giorni.<br />
A controllare il riepilogo movimenti tutti i giorni si scoprono cose interessanti, tipo che quella transazione che diceva di essere stata interrotta invece era andata eccome, e alla parrucchiera ho pagato due tagli di capelli pur avendo una sola testa. O che la clonazione della carta di credito non ha avuto effetti sui miei fondi privati. E anche che è un bel po’ di tempo che non arrivano soldi. Un bel po’, sì.</p>
<p>Ma poi c’è un altro simpatico strumento di lavoro (versante amministrazione): il graficone excell dei lavori fatti e da farsi pagare. Ecco: a giocare con il Gratta &amp; Vinci dell’homebanking e poi con il Gratta Latesta del graficone, e incrociando i risultati, si scopre anche che è un po’ di tempo che non arrivano soldi perché sono stata molto brava a inseguire i creditori, ma non mi sono altrettanto preoccupata di cercarmi da lavorare. Intendendo qui per <em>lavorare</em> l’attività per cui in genere mi pagano: quella roba di scienza, non quella di amministrazione della premiata ditta mestessa&amp;nessunaltro, in cui sono miracolosamente sempre più brava a dispetto della totale mancanza di vocazione per il diritto commerciale.<br />
Quindi adesso arriveranno i soldi dei lavori fatti nei mesi passati, con la consueta calma, un po’ alla volta, e poi ci sarà un periodo di magra. Piccolo, breve.</p>
<p>Niente di grave. Anzi: forse sento anche di meritarmelo, un periodo di pigrizia. Tra l’altro sto comunque facendo un sacco di cose: sono cose che mi piacciono, che ho scelto. E che, è vero, che non faranno esplodere il mio conto corrente, almeno nell’immediato. Però intanto mi restituiscono il senso di una scelta di vita.<br />
Se avessi voluto fare i soldi avrei avuto la laurea giusta per una ricca borsa di studio esentasse e per le marchette ambulatoriali a seguire. Invece se sono qui, a scrivere da un treno regionale di lunedì pomeriggio, coi piedi appoggiati su un trolley un po&#8217; scassato e la testa piena di preoccupazioni per certi piccoli doveri verso me stessa, e solo verso me stessa, è perché ho scelto di investire il mio tempo in attività come questa. Scrivere, viaggiare, leggere, pensare, incontrare gente interessante.<br />
Non avevo scelto di diventare anche un’esperta di amministrazione contabile. Ma sono sicura che un giorno di questi vincerò l’Ipad col Gratta &amp; Vinci dell’homebanking e così anche quel fastidioso aspetto della mia vita finirà per sembrarmi meno pesante.</p>
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		<title>Ma vi sembra un paragone?! La Iotti, la Minetti e un paio di ragazzette non molto alte</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 18:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica e sproloqui vari]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[iotti minetti]]></category>
		<category><![CDATA[santanché]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Primavera 1995: avevo diciassette anni e mezzo, facevo la quinta liceo, finalmente avevo raggiunto una statura decente e finalmente avevo fatto pace con la prof. di educazione fisica. Pace, più o meno.
In quei giorni Pisa aspettava la visita di Nilde Iotti. E la prof. di educazione fisica, che era una in gamba anche se litigavamo come <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/1830/">Ma vi sembra un paragone?! La Iotti, la Minetti e un paio di ragazzette non molto alte</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Primavera 1995: avevo diciassette anni e mezzo, facevo la quinta liceo, finalmente avevo raggiunto una statura decente e finalmente avevo fatto pace con la prof. di educazione fisica. Pace, più o meno.<br />
In quei giorni Pisa aspettava la visita di Nilde Iotti. E la prof. di educazione fisica, che era una in gamba anche se litigavamo come gatte, stava organizzando la visita della Nilde alla Casa della donna.<br />
Non so bene come sia andata, ma immagino che la prof. avesse bisogno di un paio di under quaranta per fare scenografia. E così chiese a tre sue alunne molto selezionate di andare nel pomeriggio in via Galli Tassi, dietro il Duomo, in quel villino rosa dove non ero mai stata e che con l&#8217;arroganza dei diciassette anni classificavo luogo-da-vecchie-befane. Tra quelle tre alunne c&#8217;ero anch&#8217;io.<br />
Oh, che emozione. Davvero, me lo ricordo ancora come un momento da fiato sospeso. Irene da una parte, Luisa dall&#8217;altra, mi venne consegnato un enorme mazzo di fiori (a me perché ero la più piccina, presumo, anche se ormai avevo finito di essere la più bassa, eh, accidenti, diciamolo). E, tremolante, mi avvicinai a quella donna statuaria e bellissima la cui voce seria sentivo da anni al Gr del mattino, quando la mamma mi accompagnava verso la scuola. Tremolante e affascinata, come se avessi avuto davanti Tutankamen in persona, o l&#8217;Uomo di Cro-Magnon o un altro qualsiasi dei miei miti infantili: quei personaggi storici dall&#8217;età tendente all&#8217;infinito la cui esistenza non era nemmeno tanto certa.<br />
Accanto a me Irene e Luisa, dietro di me le vecchie befane, e davanti a me, circonfusa di luce, Nilde Iotti in persona. Nilde Iotti, capite? Nilde Iotti, che prese dalle mie mani l&#8217;enorme mazzo di fiori, mi guardò negli occhi sorridendo bonaria, e, solenne e affettuosa, disse, a me, proprio a me e solo a me: <em>Coraggio, voi siete le donne del futuro</em>.</p>
<p>Oggi mi immagino la Minetti, che raccoglie dalle mani di una quasi-ex-bambina di diciassette anni in perenne conflitto col suo corpo un enorme mazzo di fiori. E che le dice con solennità e affetto: <em>Coraggio, voi siete le donne del futuro</em>. Cioè. La Minetti.<br />
Lo sapevo, eh, lo sapevo perché me lo avevano spiegato mamma e babbo, che la Nilde era stata la compagna di Togliatti, uno che peraltro avevo anche studiato a scuola, che era di tanti anni più anziano di lei. Che lui era sposato e lei era molto giovane quando si erano conosciuti e così via. Ma la cosa mi era stata raccontata per la serie Vedi-come-va-il-mondo-e-come-per-fortuna-cambia.<br />
Mi parlavano di <em>amore</em>, e a quel che succedesse tra le lenzuola della Nilde, beh, manco ci pensavo. E poi mi era stato detto spiegandomi che il partito le aveva fatto la guerra perchè anche il partito era pieno di bigotti e comunque erano altri tempi e tanto alla fine aveva vinto lei.<br />
Oggi mi viene il dubbio che non fosse la storia a essere sbagliata, ma l&#8217;intera serie: per fortuna un piffero, cambia. Quanto mi è andata bene ad avere diciassette anni nel 1995? E che miti infantili coltiverà una volenterosa diciassettenne del 2012, tra la politica dei primi assaggi e i giocattoli ancora da riordinare? Forse avrà le foto del Che, quelle ce le hanno tutti, farà finta di capire le interviste di Nichi Vendola, leggerà diligentemente i blog di Civati e Scalfarotto, poi si farà raccontare dalla mamma di quando il partito&#8230; quale partito? E intanto rischierà di trovarsi a fare scenografia inconsapevole per un incontro con la Minetti? Ossantocielo.</p>
<p>Niente, così. Ho letto le frasi della Santanché e mi sono sentita come se avessero offeso Tutankamen e l&#8217;Uomo di Cro-Magnon insieme. E ho pensato che qualcuno deve fare qualcosa subito, ma proprio subito, per quella diciassettenne impertinente in perenne conflitto col proprio corpo. Quella del 2012, però.</p>
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		<title>I nostri antenati: per una storia condivisa della freelancità</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 11:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[mondo free lance]]></category>
		<category><![CDATA[freelance]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori autonomi]]></category>
		<category><![CDATA[partita iva]]></category>
		<category><![CDATA[storia freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il nostro più antico antenato di cui si abbiano notizie si chiamava Paolo.
Paolo, o Saulo, di cognome faceva Tarso (come le ossa del piede).
Paolo Tarso è stato probabilmente il più grande addetto stampa della storia: il suo datore di lavoro trasse grande fama dal lavoro di branding di Paolo, e i suoi comunicati stampa, scritti sottoforma <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/i-nostri-antenati-per-una-storia-condivisa-della-freelancita/">I nostri antenati: per una storia condivisa della freelancità</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://silviabencivelli.it/wp-content/uploads/2012/04/San_Paolo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1824" title="San_Paolo" src="http://silviabencivelli.it/wp-content/uploads/2012/04/San_Paolo-225x300.jpg" alt="" width="101" height="135" /></a>Il nostro più antico antenato di cui si abbiano notizie si chiamava Paolo.<br />
Paolo, o Saulo, di cognome faceva Tarso (come le ossa del piede).<br />
Paolo Tarso è stato probabilmente il più grande addetto stampa della storia: il suo datore di lavoro trasse grande fama dal lavoro di <em>branding</em> di Paolo, e i suoi comunicati stampa, scritti sottoforma di lettera, vengono diffusi e letti ancora oggi in pubblico.<br />
Non conosciamo esattamente la forma contrattuale con cui Paolo Tarso ricevette l&#8217;incarico, ma non abbiamo mai sentito parlare esplicitamente di <em>assunzione</em> come invece è successo per altri lavoratori della stessa azienda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://silviabencivelli.it/wp-content/uploads/2012/04/pifferaio2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1825" title="pifferaio2" src="http://silviabencivelli.it/wp-content/uploads/2012/04/pifferaio2-150x150.jpg" alt="" width="131" height="131" /></a>Nella nostra galleria degli antenati, spicca per determinazione un professionista che ha preferito mantenersi anonimo e che indicheremo col soprannome di <em>Pifferaio</em>.<br />
Dopo aver svolto regolarmente il proprio lavoro temporaneo per un&#8217;amministrazione pubblica (segnatamente il comune di Hamelin, come il Pifferaio stesso ha coraggiosamente denunciato), e nonostante le sue ripetute sollecitazioni, non è stato pagato.<br />
Per questo ha portato avanti una protesta decisa ed eclatante, riunendo in assemblea tutti i giovani lavoratori della stessa amministrazione e convincendoli ad abbandonare la propria posizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://silviabencivelli.it/wp-content/uploads/2012/04/Tintoretto.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1826" title="Tintoretto" src="http://silviabencivelli.it/wp-content/uploads/2012/04/Tintoretto-150x150.jpg" alt="" width="134" height="134" /></a>Meno nobile la figura di Jacopo Robusti, detto il <em>Tintoretto</em>.<br />
Sebbene professionista di grandi capacità, per ottenere incarichi di lavoro e soprattutto ostacolare la concorrenza prestava la propria opera a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, mettendo in atto una vera e propria azione di dumping.<br />
Si racconta in particolare che Jacopo abbia presentato un&#8217;opera già finita alla commissione della Scuola Grande di San Rocco, laddove la norma concorsuale prevedeva la consegna di un semplice bozzetto, scavalcando in questo modo gli altri candidati e costringendo la committenza ad accettare il <em>dono</em> di un&#8217;opera già terminata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>To be continued&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Elsa, i&#8217; vorrei che tu e Iva e io&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 21:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[false partite iva]]></category>
		<category><![CDATA[fornero]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Gentile ministro Fornero,
vorrei invitarla a cena.
Lei ha l&#8217;età dei miei genitori e io quella di sua figlia. Non solo: mi chiamo Silvia, come sua figlia, e come lei ho studiato medicina. E sono ben educata e non lascio niente nel piatto. Sono sicura che sarebbe facilissimo capirsi e trovarsi simpatiche.
Intanto, se ne ha voglia, tra l&#8217;antipasto <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/elsa-i-vorrei-che-tu-e-iva-e-io/">Elsa, i&#8217; vorrei che tu e Iva e io&#8230;</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile ministro Fornero,<br />
vorrei invitarla a cena.<br />
Lei ha l&#8217;età dei miei genitori e io quella di sua figlia. Non solo: mi chiamo Silvia, come sua figlia, e come lei ho studiato medicina. E sono ben educata e non lascio niente nel piatto. Sono sicura che sarebbe facilissimo capirsi e trovarsi simpatiche.<br />
Intanto, se ne ha voglia, tra l&#8217;antipasto e la panna cotta (o il tiramisù, scelga lei), le racconterei due cose sulla mia partita Iva.<br />
Solo sulla mia, sia chiaro: quelli come me sono non-rappresentabili per definizione.<br />
Non so, forse potrebbe scoprire di avere qualcosa da imparare, come ogni tanto capita ai miei genitori. E&#8217; buffo, sa: loro vivono la mia partita Iva come una malattia infantile che non guarisce mai, uno strano esantema che si è tatuato sulla mia faccia e mi rende un po&#8217; diversa da loro, ma non per questo meno disposta alla ricerca della felicità, magari qualcosa su cui stare all&#8217;erta, come un handicap leggero e ben vissuto. Finché non succedono guai, sono solo un po&#8217; bislacca: e allora speriamo che non succedano guai.</p>
<p>Per esempio, le racconterei quanta rabbia fa quando ti chiedono la fattura ma poi non ti pagano per mesi. E rabbia è poco.<br />
Siccome chi è professionista (attenta a questo passaggio) paga l&#8217;Iva a ogni trimestre, ti può capitare di anticipare diverse migliaia di euro in un trimestre in cui non hai incassato niente, come sta capitando a me in questi giorni.<br />
Non è che se sei una partita Iva e sei professionista hai maggiori tutele, anzi. Anzi. Non sto incassando niente e dovrò anticipare un sacco di tasse.<br />
Ma i miei amici che non sono iscritti a nessun albo professionale (mettiamo, i laureati in filosofia, tipo, o in fisica) adesso non dormono la notte per la norma dei sei mesi di contratti su un anno con un unico cliente: adesso quello che temono è che le aziende per cui lavorano si limiteranno a contrattualizzarli sei mesi. Punto. Mica a regolarizzarli.<br />
Quelli come me, intanto, potranno tranquillamente lavorare con la cosiddetta falsa-partita-Iva. Che non è, attenzione, solo <a href="http://silviabencivelli.it/2012/partite-iva-non-facciamoci-confondere-le-idee-il-problema-non-e-solo-il-monocliente/">essere monocliente</a>, cioè fatturare (quasi) solo per un unico cliente all&#8217;anno, ma è più banalmente lavorare per qualcuno che, anche solo per due mesi, ti fa firmare un contratto liberoprofessionale ma poi ti chiede lavori con tempi e mansioni di un dipendente. Senza tutto il resto.<br />
Ed è difficile che, potendolo fare, avendone la fortuna e gli strumenti, non cercherò di lavorare per altri nei finesettimana o dopo cena: ha presente che paura viene quando d&#8217;un tratto ti escono cinquemila euro che, forse, recupererai nei mesi successivi, chissà quando?<br />
Allora giù a cercare altri clienti, diamoci da fare: mai e poi mai voglio trovarmi monocliente.</p>
<p>Noi professionisti e loro non professionisti non abbiamo mai pensato di essere rivali. O meglio: noi partite Iva siamo per definizione l&#8217;una rivale dell&#8217;altra, sennò non ci avrebbero inventato. Sennò non sarebbe così facile tenerci buoni, sennò non riusciremmo a stare zitti. Ma a questa distinzione non avrei mai pensato.<br />
I miei colleghi, comunque li consideri, sono qualcuno iscritto a un albo e qualcuno no, ma le assicuro che non ho mai visto contratti diversi tra i miei e i loro. Da adesso cominceremo a immaginarci nemici, perché se a lui lo contrattualizzano sei mesi forse a me ne danno dodici, però se non mi pagano puntualmente sono guai, e così via.<br />
Che fatica, ministro.</p>
<p>Sa che cosa? A me la partita Iva piace. Non saprei spiegarle bene perché. Ci sono cresciuta: è la mia identità professionale. E infatti non è lei il problema.<br />
E&#8217; l&#8217;azienda, l&#8217;istituto, l&#8217;università (pubblici, nella maggioranza dei casi) che non paga per mesi e mesi, e ti lascia senza nessuna possibilità di ribellarti, il problema. E&#8217; questo paese in cui una come me ha dovuto spiegare, più volte, all&#8217;agenzia delle entrate come ha fatto a comprare casa (ha presente quel signore chiamato <em>babbo</em>?), dovendo contestualmente dimostrare di non possedere cavalli da corsa, elicotteri e fuoribordo, ma solo una bicicletta e un abbonamento dell&#8217;Atac, mentre il parrucchiere e il pizzaiolo di fiducia non le hanno mai fatto lo scontrino<em></em>. E&#8217; la sensazione di abbandono e incomprensione che mi monta addosso quando leggo i giornali. E&#8217; questa cosa per cui si parla per mesi dell&#8217;articolo 18 quando, fatti e rifatti i calcoli, conosco solo un mio coetaneo che è direttamente toccato dalla questione.<br />
Vabbè, ministro. Vado a sistemare la contabilità del trimestre, ché domani devo spedirla alla commercialista (siamo già al 26 del mese!).<br />
Se accetta il mio invito a cena, però, non voglio storie: offro io. Tanto mi faccio fare fattura, e poi ci scarico l&#8217;Iva.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Partite Iva, non facciamoci confondere le idee. Il problema non è (solo) il monocliente</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 11:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica e sproloqui vari]]></category>
		<category><![CDATA[false partite iva]]></category>
		<category><![CDATA[finte partite iva]]></category>
		<category><![CDATA[partita iva]]></category>
		<category><![CDATA[riforma lavoro precario]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Già che ho la bocca aperta vorrei dire la mia idea su questa faccenda delle partite Iva vere e false.
Credo che la questione chiave non debba essere se uno è monocliente o no.
Cioè: se hai la partita Iva come tu fossi un idraulico e però fai una fattura al mese, tutti i mesi, allo stesso cliente, <span style="color:#777"> . . . &#8594; Read More: <a href="http://silviabencivelli.it/2012/partite-iva-non-facciamoci-confondere-le-idee-il-problema-non-e-solo-il-monocliente/">Partite Iva, non facciamoci confondere le idee. Il problema non è (solo) il monocliente</a></span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Già che ho la bocca aperta vorrei dire la mia idea su questa faccenda delle partite Iva vere e false.<br />
Credo che la questione chiave non debba essere se uno è monocliente o no.<br />
Cioè: se hai la partita Iva come tu fossi un idraulico e però fai una fattura al mese, tutti i mesi, allo stesso cliente, di sicuro c&#8217;è un grosso problema: nessun indraulico lavora in pianta stabile per un unico cliente e probabilmente la tua partita Iva nasconde un rapporto di lavoro che ha tutto della dipendenza, tranne i diritti e le garanzie che a un dipendente vero sono accordate di necessità.<br />
Ma se non sei monocliente il busillis può esserci lo stesso.<br />
Perché il problema non è che cosa ci fai tu con la tua partita Iva.<br />
Il problema è che cosa ci fanno i tuoi clienti.<br />
Mi spiego: se uno dei tuoi clienti ti propone un contratto liberoprofessionale di, poniamo, tre mesi, e in quei tre mesi ti fa lavorare con tempi e mansioni analoghi a quelli di un dipendente (anche un dipendente a tempo determinato, intendo), ma senza i blablabla che sappiamo bene (malattia, gravidanza, mensa, ferie, straordinari e soprattutto con la possibilità di lasciarti a casa a metà contratto, e lasciandoti senza niente nel caso i tuoi altri <em>n</em> clienti non arrivino per qualche mese e blablabla), c&#8217;è lo stesso qualcosa che non va.<br />
Soprattutto se poi questi mesi di contratto liberoprofessionale diventano otto, nove, dieci, per sei, sette, otto anni. E indipendentemente dal fatto che tu passi le notti e i finesettimana a fare altre cose per altri clienti, per i quali poi regolarmente fatturi.<br />
Se tu fossi un idraulico le cose non andrebbero così.<br />
Perché quando ho fatto i lavori in casa, l&#8217;idraulico è stato qui un paio di mesi.<br />
Ma intanto gestiva da sé i suoi tempi di lavoro (con gli altri clienti e con se stesso, immagino), non controllavo i suoi orari, faceva da sé le sue cose in totale autonomia: avevamo detto due mesi e due mesi sono stati. E, dettaglio non indifferente, prima che cominciasse a spaccarmi i muri abbiamo contrattato il suo compenso.<br />
Ecco: io, per me, non voglio il posto fisso. Io voglio diventare un idraulico.<br />
Oppure non voglio far finta di essere un idraulico quando, anche solo per tre mesi, anche solo per un solo cliente, passo le mie giornate a lavorare con i tempi e i modi del mio compagno di scrivania, che invece è, non si capisce bene perché, un dipendente.<br />
Stop, torno a chiudere la bocca.<br />
Sennò attacco col distinguo tra professionisti e non professionisti che proprio non si capisce perché debba esistere.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Io tossica: come superare il rebound da fine contratto senza far uso di droghe pesanti</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 10:14:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[mondo free lance]]></category>
		<category><![CDATA[freelance]]></category>
		<category><![CDATA[partita iva]]></category>
		<category><![CDATA[search-on-the-job]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Evidentemente sono una drogata.<br />
Quando finisce un contratto, quello per cui hai lavorato a rotta di collo per settimane, mesi, dedicandogli l&#8217;85% del tempo-lavoro, accumulando per momenti migliori gli altri lavori &#8211; che a quel punto chiami <em>lavoretti</em> per giustificare la scarsa attenzione che dedichi loro &#8211; sognando tutte le notti quello che dovrai fare o che avresti dovuto fare o il pasticcio che ti sta scoppiando in mano per quel lavoro lì, solo quello lì, e per mesi non vivi per altro che per riuscire a imbroccare quella cosa e solo di quello vivi e&#8230; insomma: quando finisce un contratto <em>pesante</em> si vive un rebound simile a quello del depresso che sospende i farmaci da un giorno all&#8217;altro.<br />
Stessa cosa. Stesse occhiaie, stessa piangina, stessa abulia.<br />
E hai voglia a dire che <em>finalmente avrò il tempo per tutti i miei altri lavori</em>: per qualche giorno la tua missione dev&#8217;essere la ricerca di endorfine, altrimenti finisci sul divano a credere di leggere un libro e ad aspettare che qualcuno ti stani.</p>
<p>Ormai ci sono abituata e sono anche bravina ad anticiparlo, il rebound. E infatti stavolta ho una lista di cose da fare lunga così che comprende viaggi in lavanderia e persino dal corniciaio, turismi scientifici in altre città, pranzi, mostre, assemblee e un sacco di burocrazia di quella tosta, con i miei due conti correnti e altre amenità.<br />
I lavoretti piano piano partono e vederli partire fa bene all&#8217;umore, ma la situazione è fragile: basta un dettaglio spiacevole in una giornata decente per far affogare il cervello tra i pensieri e il risultato è che mi viene la faccia cerea, lo sguardo assente, taccio per ore e sembro stonata. In realtà sto solo dialogando con me stessa, al ritmo forsennato che i miei neuroni sanno tenere quando lavorano anche se adesso non lavorano quasi più.<br />
Gli amici sopportano, qualcuno si offende, qualcuno prova a fare il pagliaccio. I <em>lavoretti</em> aspettano serafici: loro sì che mi sanno capire.</p>
<p>E poi ci sono le ginnastica-related endorphins: ieri sono andata addirittura a un corso di GAG, cioè femmine in ansia per la prova costume e pensionate che al mattino hanno voglia di mettersi una tutina aderente e di guardarti sfacciate, tutte lì a fare flessioni e affondi mentre una certa Sara strilla <em>Forzaaaaa!</em> Che finché si è trattato di usare i muscoli, ok. Ma quando ci hanno fatto fare un po&#8217; di esercizi aerobici a tempo di musica sono ripiombata nella sindrome del ragazzo-coccodè e anche le endorfine mi hanno guardato con perplessità.<br />
Oggi sarà il turno delle bicicletta-related endorphins. Credo che nel pomeriggio mi concederò un po&#8217; di gelato-related endorphins. Stasera avevo una cenetta-related endorphins ma forse mi salta. Recupererò con le birretta-related endorphins, che poi sono le più efficaci.</p>
<p>Ho scoperto da un amico economista che il problema della mia tossicodipendenza si chiama <em>search-on-the-job</em>. Cioè mentre lavoro cerco altro lavoro, e organizzo i prossimi lavori mentre sto ancora lavorando per un altro cliente. E se sono lì, seduta, e questo d&#8217;un tratto mi leva la sedia da sotto al sedere non posso cedere: prendo la culata, ma non smetto di dedicarmi agli altri. Sennò crollo. In senso professionale.<br />
Sono anni che vivo così, anche da prima di saper dire <em>search-on-the-job, </em>e credo di poter essere orgogliosa soprattutto di una cosa: del mio ingiustificato equilibrio mentale. In fondo, chissà perché, tengo botta alla grande. Sarà grazie a un training niente male che risale a un paio di decenni fa.</p>
<p>Da adolescente, una parente stretta con problemi della condotta alimentare mi faceva pesare e poi commentava ad alta voce <em>Beh, i tuoi chili ce li hai eh&#8230;</em> a me, che non sono mai stata nemmeno paffuta. Poi mi parlava di cibo e mi osservava mentre mangiavo: a passeggiarci in città era imbarazzante la sua manifesta ossessione per la ciccia di chi ci camminava accanto. E una volta, mentre, sedicenne, provavo un paio di pantaloni alla Benetton, si affacciò nel camerino e mi sussurrò, ridacchiando complice: <em>L&#8217;hai visto come ti ha guardato la commessa?! Dev&#8217;essere invidiosa del tuo bel personalino, mentre lei è così grassa&#8230;</em><br />
Non ho mai fatto una dieta e ho sempre mangiato con gusto e soddisfazione, nonostante tutto questo.<br />
E anche adesso, nel mio search-on-the-job, mantengo un invidiabile personalino e mi accontento delle endorfine che mi passa il pusher qua su in cima.<br />
Però è faticoso, vi assicuro. Soprattutto verso le quattro del mattino.</p>
<p>Adesso basta: torno ai <em>lavoretti</em> e tra un&#8217;ora e mezzo inforco la bici. Ancora qualche giorno e sarò fuori dal tunnel. Tornerò a dire di me che sono una <em>vera</em> partita Iva, una Marcegaglia della comunicazione della scienza, un&#8217;imprenditrice di me stessa, una che vive a testa alta di tanti contratti e non di uno grande e tanti piccini, eh. (&#8230;).<br />
Intanto cercate di capirmi e scusatemi se sono assente o giusto un po&#8217; scontrosa. <em>Sto a ròta</em>, come diciamo noi partite Iva non-monocliente-ma-quasi.</p>
<p>(Dimenticavo le blog-related endorphins: sto per inaugurare una nuova serie dal titolo <em>I nostri antenati</em>. Gli antenati del freelance, intendo. Si accettano suggerimenti).</p>
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